Recensioni

7.2

Che due anni di pandemia hanno lasciato ferite profonde e lacerato irrimediabilmente il tessuto delle relazioni sociali spargendo rabbia e diffidenza tra le persone è risaputo, così com’è risaputo che altre nubi si addensano all’orizzonte e forse stiamo per imboccare un tunnel ancora più lungo e buio del precedente. Ce lo siamo detto mille volte sì, ma il concetto è reso come meglio non si potrebbe nel dodicesimo album degli Archive, sorta di lectio magistralis e probabilmente opera somma – almeno nello squarcio di 2022 dipanatosi finora – riguardo al tema di questi tempi infami a cui è dichiaratamente ispirata.

In una precedente occasione era stata definita portatrice di un’estetica «retro-futurista» la formazione di South London e la descrizione, a scomporla e analizzarla già solo sul piano meramente lessicale, è la rappresentazione plastica di chi al contempo si rivolge con un occhio all’indietro e l’altro in avanti pur di sfuggire a un presente mesto e portatore di oscuri presagi. Pasoliniani, in un certo senso gli Archive, provvidenzialmente passatisti, per non dire magnificamente desueti, ma anche lucidi e perspicaci nell’interpretare sviluppi prossimi a venire. Call To Arms & Angels è un po’ un Petrolio portato a termine e che manco lo sconocchiarlo a morte e il piallarlo sotto le ruote di un’automobile ne potrà condannare all’oblio l’eredità culturale.

In tempi di persuasioni elevate a dogmi e stucchevoli semplificazioni innalzate ad autorità e competenza, incertezza e complessità paiono rari speroni di roccia cui aggrapparsi su una parete verticale levigata come un parquet. Gli Archive non semplificano, non accomodano, non accondiscendono, non rassicurano; bensì instillano il dubbio, pongono quesiti e infiammano il dibattito offrendo visioni asimmetriche e disturbate. Non soluzioni ma quantomeno rappresentazioni autentiche della realtà nella sua completezza in un mondo ormai pienamente orwelliano in cui riaffiorano i ministeri della Verità. D’altra parte, loro parlavano di menzogne istituzionali, lavaggio del cervello delle masse e controllo sociale in tempi non sospetti. Quindi oggi portano avanti coerentemente la loro poetica con un lavoro di cesello fatto di saliscendi emozionali ora drammaturgico/minimalisti come il singolo di lancio Daytime Coma, ora granitici e maestosi come Fear There & Everywhere o l’altro “antipasto” del disco Shouting Within, ballad con “orchestra” incentrata su temi quali rabbia, vulnerabilità e paura.

Sono diciassette i brani in scaletta a formare quello che di fatto è un doppio album (e triplo vinile) registrato ai londinesi RAK studio e prodotto dal sodale Jérome Devoise. Vi trovano spazio sinfonie colossali ma anche episodi più intimisti e splendidamente incartati su se stessi; però la sterzata è sempre dietro l’angolo e tocca reggersi forte ai mancorrenti anche quando davanti sembrano pararsi comodi rettilinei. Così è per l’opening Sorrounded By Ghosts, suadente nenia sospesa tra ambient e i Radiohead più cantilenanti, portata dal pianoforte ma che a tre quarti esplode di botto in un’apocalittica cacofonia in stile tipicamente Godspeed You! Black Emperor. Quando invece si gioca a carte scoperte fin dall’inizio abbiamo ad esempio una Freedom di chiara impronta lisergico/beatlesiana o una Mr Daisy, inesorabile avanzata in cui i Dream Theater paiono coaffittuari nel mezzanino dei Massive Attack.

Del resto gli anni ’90, periodo in cui la band iniziò a muovere i primi passi, sono la pietra angolare di Darius Keeler e soci: Numbers è in effetti un pulsare elettro-rock che fa pensare ai Garbage, in Frying Paint riecheggiano i toni vellutati e ammantati di trip-hop e R&B dei Morcheeba, in certi passaggi The Crown prende una piega industrial pendente ai Nine Inch Nails e Everything’s Alright è come dire in its right place, riecheggiando nel pezzo gli onnipresenti Radiohead. Pur sotto le insegne di un genere che potremmo definire prog, gli Archive lavorano alacremente, mescolando echi e influenze anche fuor di 90s tanto che con Alive non c’entrano niente i Pearl Jam ma più forse i Pink Floyd, magari quelli post Waters, o i Queen strepitanti su un canovaccio sonoro celticamente discreet.

Arie inquietanti da fine del mondo imminente però magnetiche, romantiche, stratificate, strabilianti. In tempi di pensiero binario, 0/1, bianco/nero, gli Archive mandano in pappa i cervelli avvezzi al piattume generalizzato e fanno lezione da cattedratici finendo per sembrare dei giganti. E forse lo sono a prescindere.

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