Recensioni

Mi ci ero appassionato a loro, vittima del tanto carino quanto, in fin dei conti, inoffensivo passato. Mi ci ero appassionato al punto di non credere a quanti mi descrivevano la loro deriva disco pop anni '80. Che il pop degli Architecture in Helsinki era una cosa, il pop plasticone di trent'anni fa un'altra. Purtroppo era invece tutto vero. Ascoltato il disco, visto il concerto che lo presentava… deriva è anche termine simpatico: qui s'affonda lentamente.

Hai voglia a presentare un regalo avvolto in carta sbarluscichenta, mille pailettes e glitterato da testa a piedi: lo specchio per allodole può funzionare la prima mezz'ora, alla lunga però il trucco si squaglia, cola e mostra zampe di gallina, rughe e occhiaie.
Peccato perché il Magnolia s'era addobbato a festa: strobo e led che sembrava il polline degli alberi del parco dell'Idroscalo avesse invaso anche il locale, pienone (anche se ormai a Milano non sai più quando ci sia vero pienone o quando le autorità abbiano intimato di non far più entrare gente) e sfilata di costumi da parte del pubblico, che Arlecchino veste sobrio a confronto.

Ma doveva essere il tripudio del “pensapositivo” e il gruppo di Melbourne la sua voce, quindi niente in contrario. Il parere però cambia quando comprendi che dal “pensapositivo” si sia passati a uno sconsolante “non pensare che fai prima”. E ancora più sconsolante vedere il pubblico seguire alla lettera l'indicazione.

Balli sincopati su basi da Ricchi e Poveri; maschere da fan della prima ora, poi però, appena partono le note di Do the whirlwind, tutti a chiedersi che canzone fosse mai quella; sorrisi di ricambio a 32 denti quando Cameron Bird si mette a discorrere del più e del meno salvo poi impallidire al primo sintetizzatore che comincia a fare il suo compito.
Dire che il gruppo non faccia il suo dovere sarebbe però un crimine: gli Architecture in Helsinki suonano e suonano bene assieme. Cameron Bird e Kellie Sunderland si distribuiscono sapientemente le parti vocali, dandosi cambi che neanche perfetti staffettisti. Chitarre e tastiere (3 tastiere) van d'amore e d'accordo ricreando atmosfere da Duran Duran dei tempi migliori (se ce ne sono mai stati). Resa dei brani dell'ultimo album curata nei minimi dettagli e si nota. Sembra quasi un concerto in playback tanto tutto è perfetto, troppo perfetto, quasi di plastica.

E te ne accorgi quando vengono riproposte vecchie conoscenze: la già nominata Do the whirlwind, Wishbone. Altro livello, l'imprevedibilità, la gioia di un arrangiamento un filo differente. Da parenti stretti degli Of Montreal a brutte copie degli I'm from Barcelona.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette