Recensioni

Abbiamo sempre pensato agli ultimi Archie Bronson Outfit – per intenderci, quelli di Derdang Derdang e di Coconut – come a una sorta di via di mezzo tra dei Black Keys meno impantanati nelle paludi del Delta e una versione indisciplinata e decisamente meno stentorea dei Pontiak. O, magari, come a dei Cream un po’ svitati, non abbastanza virtuosi da eguagliare le gesta della band di Clapton, Ginger e Bruce, ma sufficientemente incasinati da cibarsi di quel suono grazie a un gioco di sponda da loser consumati e qualche imbastardimento in linea con la contemporaneità. Gente da mercatino dell’usato, insomma, se non da proprio da discarica, capace di esaltarsi per “cianfrusaglie” stilistiche che a uno “normale” sembrerebbero quantomeno fuori dal tempo (i suoni heavy dei seventies, il lo-fi, il garage, la psichedelia, qualche accenno kraut, ecc…), tanto più assemblate con un gusto weird piuttosto sui generis.
Il discorso vale soprattutto per l’ultimo Coconut, disco prodotto dal DFA, Tim Goldsworthy, e uscito ormai quattro anni fa: la critica lo ha visto di buon occhio, tendendo tuttavia (tra le righe) a relegarlo tra gli album derivativi con qualche colpo di teatro da outsider. Senza comprendere, a nostro avviso, la vera forma mentis degli Archie Bronson Outfit, ovvero qualcosa di abbastanza vicino all’ingenuità creativa tipica delle formazioni psichedeliche inglesi e americane dei sixties. Artisti che non avevano grossi debiti da saldare né correnti stilistiche a cui dover rendere conto, e che facevano semplicemente di testa propria.
Se il disco precedente della formazione inglese rappresentava un parto difficilmente circoscrivibile in un immaginario di riferimento netto, Wild Crush punta dritto a un suono chitarristico più canonico e solido (e chissà che la scelta non abbia coinciso con l’abbandono di Dorian Hobday e l’arrivo in formazione di Kristian Robinson aka Capitol K). I Pontiak che citavamo all’inizio – e in qualche maniera anche i Cream – non sono poi così lontani (Two Doves On A Lake), anche se gli Archie Bronson Outfit sono abbastanza bravi a mantenersi lontani dagli stereotipi. Basti pensare al sax di Duke Garwood, libero di spaziare tra le trame a volte possenti, a volte lascive della band (Lori From The Outer Reaches), alternando un fare quasi no wave a certe cavalcate ruffiane (intrigante, però, l’effetto finale).
Suono hard-blues, voci “stoned” (Cluster Up & Hover), cadenze a metà strada tra Velvet Underground e West Coast (Glory, Sweat And Flow), ballad in bilico tra Arcade Fire e Neil Young (Love To Pin You Down) e un’estetica, questa volta sì, riconoscibile e storicizzata fanno il resto, consegnando ai posteri un album meno deviante rispetto al predecessore – e in qualche maniera, più intellegibile – ma fondamentalmente riuscito.
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