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Attaccano in perfetto orario dimostrando come vedremo una formidabile sagacia meteorologica. Del resto le previsioni promettevano burrasca estiva senza se e senza ma. Risultato: l’impianto luci degli Arcade Fire ha dovuto vedersela coi baleni furibondi che infiammavano il cielo sopra il Castello Scaligero già da prima che Reflektor desse il via alla serata.

È stata una bella battaglia, che alla fine la band canadese può vantarsi di aver vinto. In altre parole: non si può raccontare questo live act parlando solo delle canzoni. L’apparato scenografico, ovvero il gioco di luci e la proiezione di video – spesso colti in presa diretta da telecamere manovrate sul palco, innescando un meccanismo di riflessi tra realtà dell’interpretazione e sua riproduzione/manipolazione – è chiaramente organico e funzionale all’efficacia dei pezzi.

Arcade Fire @ Castello Scaligero foto di Francesca Sara Cauli 2014

Butler e soci sembrano aver capito – ed era già evidente nei loro videoclip – che le loro canzoni non possono essere (più) soltanto canzoni, devono necessariamente eccedersi, diventare l’ingrediente di un meccanismo espressivo più ampio, multidimensionale. Nel quale convergono narrazioni, scenografie, memorie, contrasti, allusioni, vampe e colori. Uno spettacolo d’arte varia strutturato come un party post-moderno dove ognuno è invitato a ballare sui propri timori, sulle ombre nascoste dietro l’iconografia luminosa, multisfaccettata, digitalizzata, nella quale rimbombano turbamenti esistenziali profondi.

È il recupero del “dancing with tears in my eyes” che innervava il wave-rock danzereccio degli 80s. Cuori di vetro per tempi fragili come ologrammi. L’inestimabile persistenza della vacuità. I pezzi nuovi come Here Comes The Nightime, Afterlife (peraltro introdotta da un breve, struggente frammento di My Body Is A Cage), We Exist e It’s Never Over in questo contesto ci stanno come piselli nel baccello. Sono la soundtrack perfetta di una festa col magone a bassa frequenza che t’intossica il cuore. Una festa cui gli spettatori sono invitati a contribuire bardandosi con le mascherate più vistose, quasi da cosplay iperglam (in realtà lo fanno in pochi). Una festa che comunque avviene nel cortocircuito tra la band e la messinscena, consumandosi nello spazio reale e virtuale allestito tra palcoscenico e immaginario.

Il canonico rapporto tra rock band e pubblico rock subisce perciò un processo di astrazione che tirate le somme è la parte più profonda della faccenda. Un po’ come sempre è stato per gli allestimenti arty, da Peter Gabriel ai Talking Heads passando per Bowie (quello berlinese piuttosto che Ziggy). Da un punto di vista strettamente musicale nulla da obiettare, ok la voce di Regine è quella che sappiamo e di particolari talenti non c’è traccia, tuttavia l’ensemble è ben rodato, l’interplay sprizza entusiasmo, la formazione allargata assicura dinamismo e belle coloriture timbriche.

Arcade Fire @ Castello Scaligero foto di Francesca Sara Cauli 2014

In sostanza le esecuzioni si rivelano puntuali e con poche variazioni, con l’unica eccezione di una The Suburbs illanguidita honky-tonk (scelta azzeccata). Poi c’è da fare i conti con il vecchio, amatissimo repertorio, ovvero un tripudio di No Cars Go e Keep The Cars Running, per non dire dell’innodia abboccatissima di Wake Up. Entusiasmo alle stelle, e come potrebbe essere altrimenti? Al netto del quale però avverti una frattura chiara rispetto all’impostazione dello show. Come se lo scatto compiuto con l’ultimo lavoro avesse consegnato al passato i vecchi Arcade Fire. Al termine dell’unico bis – durante il quale sono spuntati gli ormai celebri faccioni di cartapesta, Win con indosso quello del papa – le cataratte fanno capire di essersi trattenute fin troppo. Seguirà bufera biblica, ma noi saremo già in salvo nelle nostre automobili. Verso le nostre vite vere.

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