Recensioni

6.9

Il secondo disco degli Arancioni Meccanici – band milanese con all’attivo un omonimo esordio del 2010 – è un buon ibrido di chitarre elettriche sferraglianti e psichedelia a grana grossa. Sembra di trovarsi di fronte un incrocio da laboratorio tra David Bowie e i Black Rebel Motorcycle Club, l’elasticità strutturale tipica del progressive e un’attitudine hard rock, il glam e il nostro cantautorato anni ’70. Detta così non suona un gran che bene, eppure Nero è un disco che, nonostante qualche ingenuità (perdonabile) soprattutto nei testi, offre un bello spaccato su uno stile musicale originale, benché confinato in un sobborgo estetico ampiamente frequentato. E’ il caso di una Anni 70 che suona un po’ come il manifesto culturale della band, col suo groove potente, certe chitarre ledzeppeliniane in controtempo e una batteria pomposa e tecnica, ma anche di una Rnr tutta riff e assoli lancinanti in bilico tra Primal Scream, Giorgio Canali e una punta di cantautorato versante Cramps (l’etichetta).

E’ tutto un subodorare richiami e immaginari, in questo Nero, senza tuttavia trovarsi mai a combattere con quella piattezza e i toni involuti che si ascoltano, talvolta, in produzioni sul genere. Tanto che anche la cover della Slave to Love di Brian Ferry funziona a dovere, almeno quanto una Sport Life a metà strada tra punk rock e Rocky Horror Picture Show e una L’ultima notte che sembra citare i Ride

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