Recensioni

Sugli irlandesi Lakker abbiamo già speso belle parole a proposito del loro Tundra, disco che sfruttava con gusto e tecnica un impianto elettronico organico per sviluppare texture ottenute da un’ampia palette di campionamenti vocali, dai dischi di Arvo Part al coro campionato live in una chiesa di Dublino. Riguardo alle prove soliste dei due, invece, lo Spectre di Eomac, ovvero Ian McDonnell, aveva colpito per sintesi e approccio fatto di cupe ancestralità, scorie industrial e un bagaglio di influenze che affondavano nel rave e post-rave britannico, mentre Dara Smith, l’altra metà dei Lakker, era partito un po’ in sordina lo scorso anno con l’EP Haon e una techno decisamente dritta (144bpm) dall’approccio continentale sulla Electric Deluxe di Speedy J., ma già apriva a una interessante costellazione di tenebrose psichedelie.
Sempre sull’etichetta olandese esce questo Particles and Waves, album di debutto sulla lunga distanza che già dalla copertina disegnata dallo stesso Smith (grafico professionista nelle ore diurne) punta a un discorso all’incrocio tra visuale e musicale, più che a un prodotto pronto per il dancefloor. In tracklist apre un banger come Planet Hunter con efficaci tribali a cascata – e siamo ancora sui 144bpm – poi il discorso si fa più sperimentale in varie direzioni: sul dub abbiamo Yarmus Knee e Slowed Focus, sull’asse warpista c’è una Milk And Shudder che incastra un costipato breakbeat su avvolgenti livelli di note sintetiche acide e caleidoscopiche, mentre in un episodio centrale come P=W torna l’amore per l’Aphex Twin più chiaroscurale e cose che non sfigurerebbero in qualche collana per la serie Selected Ambient Work.
Arad è una creatura berlinese che unisce impatto e intensità a un tratto dark psych altrettanto marcato e immaginifico. Come già detto per Ian McDonnell, anche da queste parti le influenze post-rave configurano il progetto da una parte come figlio legittimo della fucina sonica e creativa del FWD, dall’altra come una filiazione diretta della scuola techno dei Black Dog. Otto brani, nessun riempitivo, tutti ben oltre la discrezione e giocati tra techno e sound design.
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