Recensioni

A poco più di un anno dal suo volume interamente dedicato a Ringo Starr, Antonio Bacciocchi (giornalista e divulgatore di lungo corso, nonché batterista degli storici Not Moving) ripete quella riuscita operazione con un altro suo feticcio, Keith Moon, uno dei personaggi più unici e controversi della mitologia rock, nonché riferimento assoluto per chiunque si accosti allo strumento.
Il canovaccio già rodato prevede una trattazione a tutto tondo del musicista, concentrandosi principalmente sulle peculiarità e caratteristiche stilistiche e tecniche – con abbondanza di descrizioni e uso termini specifici, cui è dedicato un glossario in calce – che ne hanno fatto uno degli interpreti più amati e imitati (pur senza successo e veri eredi) della batteria, senza trascurare il dato biografico e l’evoluzione della band di cui è stato parte indissolubile e organica fino al 1978, gli Who.
La storia della sua vita spericolata e bruciata al massimo della velocità è da decenni argomento di agiografie arcinote, ricolme di gossip e storie tanto assurde quanto spesso vere, da cui l’autore non si lascia tentare se non in rare occasioni, inserendole in modo sempre funzionale al racconto. Ma davvero impossibile, in questo caso, separare il musicista dall’uomo. La qualità più grande del Moon batterista è quella di aver forgiato uno stile assolutamente proprio e, per certi versi, l’esatto opposto di quello del Beatle sopracitato: un modo di accompagnare “orchestrale” (come definito da Pete Townshend), perfettamente inserito nella partitura con continui interventi, contrappunti ritmici e sottolineature. Che altro non era che il riflesso di una personalità tanto incontenibile e geniale quanto ossessiva e maniacale; tristemente, “Moon The Loon” (Moon il pazzo) non era un soprannome, quanto più l’attestazione di un fatto. Ma è anche il motivo – uno dei quattro motivi, a dire il vero – per cui la musica degli Who e capolavori come Tommy, Live At Leeds e Quadrophenia suonano nel modo in cui suonano, ancora oggi.
A rendere questo lavoro, se possibile, più difficile e insidioso del precedente è sicuramente la minor mole di materiale inciso e di fonti a disposizione rispetto a Starr; limiti oggettivi a cui Bacciocchi compensa con una narrazione essenziale e senza fronzoli, volta principalmente a rimarcare i contributi del batterista con dovizia di particolari anno per anno, brano per brano, disco per disco. Una lettura giocoforza destinata a un pubblico di fan del gruppo e di appassionati dello strumento, ma nondimeno agile, piacevole e ricca di spunti.
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