Recensioni

Fosse stato un disco solista, Seventh Heaven avrebbe reso più semplice il compito di chi, dovendo pronunciarsi su un album tanto intricato, non sa esattamente a chi imputare scelte definitive in fatto di composizione, arrangiamento, conduzione, produzione. La co-scrittura di questo doppio cd con l'arrangiatore Andrew Skeet – già attivo per Suede, George Michael e Sinead O'Connor – non esaurisce di per contro il dibattito sulla rilevanza di un talento, quello di Phillips, mai completamente sdoganato dalla stampa specializzata a un pubblico di non soli cultori dei Genesis.
Le cause di questa mancanza sono molteplici; in primis, la ritrosia del Nostro a lasciarsi svelare più del poco voluto. In secundis, l'assenza di un'attività concertistica, che ne penalizza fortemente la diffusione oltre il circuito dei fedelissimi al Genesis-credo. Disinteressato a questa e quella questioni, il buon 'Ant' prosegue lento ma inesorabile in una carriera solista con punte di gran pregio ed episodi di puro mestiere, concedendo ai suoi appassionati una delle migliori prove del decennio.
Lavoro che mischia ri-arrangiamenti di pezzi contenuti nell'acustico Field Day (2005), brani commissionati nel 2008 dall'Uppm e recenti inediti a quattro mani con Skeet per orchestra di 70 elementi, Seventh Heaven contiene pregi e difetti caratteristici del catalogo philippiano.
Se l'incipit Credo In Cantus gioca felicemente la carta di un'enfasi operistica commovente e perfettamente strutturata (grazie anche alla voce di Lucy Crowe) le perplessità emergono all'ascolto iterato dell'opera nella sua interezza. Essendo approdato alla musica classica mediante una formazione non propriamente 'conservatoriale', il modus di Phillips alla composizione è un ibrido che ricorda più il Sakamoto orchestrale di Cinemage che la ricerca di un Dvořák o il mai abbastanza rivalutato Puccini (volendo restare nella cerchia dei Romantici).
A causa della sua stessa strutturazione, l'opera in analisi non può fregiarsi inoltre della continuità di una suite scritta con consequenzialità dal primo all'ultimo movimento; gli episodi dunque restano contestualizzabili solo nei pochi minuti della loro durata. Un approccio, questo, in linea con quelle soundtrack che necessitano dell'associazione con le immagini sullo schermo per restare impresse nella memoria.
Al solito, permane la gioia di ritrovare intatta una grazia espressiva che pur nella maestosità preserva una vena di artigianale miniaturismo (Long Road Home, The Golden Leaves Of Fall); una sensibilità che ha la poesia di un arpeggio chitarristico pulito e sentimentale, nonostante disponga di un'orchestra di tutto rispetto.
Per gli amanti della Classica vera e propria questo rappresenta un difetto; per i cultori di certa outsider music Seventh Heaven è un album da accaparrarsi.
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