Recensioni

7.1

All’interno dell’ormai affollato playground dell’industrial techno guidato in UK da Perc Trax e Diagonal, Kieran Whitefield in arte Ansome, un giovane producer cornish ora di stanza nel Sud di Londra che ha esordito soltanto un paio di anni fa con Penny & Pound, arriva all’esordio lungo Stowaway mescolando banger da dancefloor dal gran dettaglio concreto, ovvero una consistente serie non tanto di bleep che ti aspetteresti da un producer UK quanto un microcosmo di fuzz, glitch, scratch, ecc, tanto che pare che il ragazzo abbia campionato l’intero ciclo produttivo di un’acciaieria. Blackwater apre le danze sui 130 bpm, e mostra, oltre alle sciabolate industrial, colpi ben assestati di cyber memorabilia di stampo ebm; in Poldark la velocità e i riferimenti di base non cambiano, ma è il tiro a farsi più dritto e dunque più vicino a una techno europea altezza ’92 / ’93. Anche qui la differenza rispetto ai wannabe, la fa la gestione dello spazio, e qui Whitefield ribadisce la sua specialità già sfoderata in The White Horse: l’approccio visivo e tattile ai campioni. Di seguito, si va di brutalità controllata con inevitabili ganci acid e aderenze Prodigy (Stowaway), tiri più sobri che aprono a sguardi siderali e al primo Joey Beltram (The Pain Train, il nome è tutto un programma), stacchi in decompressione tra pad e bass con una buona retata di ritmi spezzati che sembrano presi dalla Manchester degli anni d’oro (Black Alley Sally) o della “house” veramente hard (Grave Digger Figure) o della proto gabba (Vyken), e pure qualche riempitivo (Snake Eyes).

Complessivamente, sia per conoscenza della materia, per varietà delle soluzioni, per coerenza all’interno del formato album (parola d’ordine: disco brutalmente UK), e per le citate caratteristiche riguardo a spazio e cura dei dettagli, l’esordio di Ansome è uno di quei dischi che gli aficionados del sotto-genere devono procurarsi, ma è consigliato anche a chi è stato a digiuno di techno per un po’.

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