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7.3

La storia degli Annie & the Caldwells ha un respiro cinematografico, un intreccio di eventi casuali che, come nel caso di Charles Bradley e Sixto Rodriguez, ha permesso di portare alla luce storie e sonorità uniche.

Per comprendere meglio, facciamo un passo indietro, nel 1974, quando Annie Caldwell era la voce dei The Staples Jr Singers. Con loro, registrò il singolo Waiting for the Trumpet to Sound, che, per pura coincidenza, finisce nella compilation The Time for Peace is Now: Gospel Music About Us (2019). Questo progetto è curato dal DJ e produttore britannico Greg Belson, noto per la sua passione per la musica gospel più rara e per la sua abilità nel mescolare sonorità tradizionali con influenze contemporanee, in particolare nel contesto di eventi da ballo e discoteche.

La compilation attira l’attenzione della Luaka Bop, l’etichetta di David Byrne, ex leader dei Talking Heads, che si mette subito sulle tracce di quella voce potente. Come ha raccontato Annie: “Ricordo di aver ricevuto la telefonata di un certo David (Byrne, ndr)”, occasione che lei coglie per invitarlo ad ascoltare la musica della band che ha guidato per oltre quarant’anni: gli Annie & the Caldwells.

Fondata negli anni ’80 da Annie Caldwell, la band include suo marito Joe, i figli Willie Jr. (basso) e Abel Aquirius (batteria), le figlie Deborah e Anjessica (voci di supporto) e la figlioccia Toni Rivers (voci di supporto), ed è originaria di West Point, Mississippi. Il 25 marzo, a quarant’anni da quella breve esperienza giovanile con i The Staples Jr Singers, la band pubblica finalmente il suo album d’esordio, Can’t Lose My (Soul). Prodotto da Sinkane, il disco incarna tutte le caratteristiche che hanno conquistato Byrne e Belson: una fusione naturale di sacralità gospel, blues diabolico, funk, soul e disco, creando un sound unico che riflette le radici familiari e culturali della band.

Can’t Lose My (Soul) arriva al momento giusto, con il gospel che sta vivendo una nuova ondata grazie a ristampe e riscoperti artisti del XXI secolo, oltre a campionamenti e ibridazioni adottate da artisti globali come Chance the Rapper, Kirk Franklin e Kanye West. Registrato dal vivo nella chiesa locale The Message Center, senza pubblico, per catturare l’autenticità delle loro esibizioni, il disco sembra essere avvolto da una patina luciferina che infiamma i passaggi più funky-blues, dove le voci delle giovani Caldwell emergono con una potenza straordinaria. Annie stessa ha raccontato di essersi accorta subito delle doti vocali delle figlie e di averle “salvate” dal ‘demone del blues’, guidandole verso la divinità del gospel e del soul. Il risultato è un disco che oscilla tra sacro e profano, suonato e interpretato con un trasporto così vivo e reale che è difficile non rimanerne coinvolti.

Basti pensare all’incipit funky/disco di Wrong, che richiama il groove di Sly and the Family Stone, con il dialogo serrato tra madre e figlia (Annie e Deborah Caldwell) che esplora i temi del matrimonio e delle difficoltà familiari, e confrontarlo con il call-and-response di Can’t Lose My Soul, una confessione lunga dieci minuti in cui le voci infuocano una scena che prende forma davanti ai nostri occhi. La forza del disco risiede proprio in questa dualità – che potremmo estendere ulteriormente per le molteplici influenze sonore messe in campo – creando un vortice emotivo in cui ci si lascia trascinare. Il tiro R&B di I’m Going to Rise richiama leggende come Aretha Franklin, Mavis Staples, e anche il Charles Bradley di No Time for Dreaming, mentre il basso funky di I Made It e la conclusiva Dear Lord ci accompagnano in un’escalation di energia pura e incontrollabile.

Can’t Lose My (Soul) funziona perché poggia le sue fondamenta su una scaletta impeccabile ed una produzione capace di far suonare ‘moderno’ un immaginario vintage scintillante. L’album apre una sorta di portale spazio-tempo che scaraventa l’ascoltatore in una parentesi storico-musicale ben definita ma non per questo stretta. Se in questo preciso istante ci trovassimo a ridosso dei seventies parleremmo sicuramente di uno dei dischi dell’anno ma, con lo stesso entusiasmo, non possiamo che avallare l’idea di una convincente reinterpretazione della quota gospel in una chiave più popolare e accessibile, al fine di renderla una componente sempre più centrale nella grammatica sonora contemporanea.

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