Recensioni

Qualche giorno fa riflettevo su come negli ultimi anni il punk inglese abbia perso smalto rispetto a quello dei lontani cugini americani. A band come Cloud Nothings, Japandroids, Metz, DIIV (giusto per citarne solo alcune) l'(anti)establishment punk di Sua Maestà, negli ultimi tempi, non è riuscito a rispondere con valide alternative, se non in rarissimi casi (vedi Eagulls e Male Bonding).
Puntuali, a tentare di far crollare la nostra tesi, ecco arrivare i Wytches, giovanissimo trio di Peterborough, ma con sede a Brighton, formatosi nel 2011 e con all’attivo finora solo alcuni EP prodotti da sgangherate etichette (Hate Hate Hate Records), che tuttavia sono riusciti ad attirare l’attenzione delle più note Heavenly Recordings (Uk) prima, e Partisan Records (USA) poi.
Eccoci perciò a dover fare i conti con Annabel Dream Reader, album di debutto del trio composto da Kristian Bell (voce e chitarra), Dam Rumsey (basso) e Gianni Honey (batteria) registrato nello studio analogico ToeRag del produttore Liam Watson sotto la supervisione dell’ex Coral, Bill Ryder-Jones. Tredici tracce che avanzano nell’ombra di una psichedelia dalle tinte macabre (Wide at Midnight, Fragile Male, Crying Clown), per poi discostarsi da essa attraverso fraseggi surf-punk (Gravedweller), grunge (Wire Frame Mattress) e intraprendendo sentieri disegnati da ballad dal piglio core (Weights and Ties, Summer Again, Track 13).
L’approccio punk dei tre, tuttavia, non deve trarre in inganno. Difatti gli episodi punk, quelle grezze schegge che dovrebbero rimbalzare all’impazzata da una parte all’altra del disco, finiscono per essere i grandi assenti di questo debutto targato Wytches – che in definitiva si fa apprezzare per il sound ricercato, ma allo stesso tempo immediato e schietto (merito della produzione analogica, evidentemente). I tre comunque sembrano non volersene curare, dimostrando di volersi spingere alla ricerca di intrecci maggiormente levigati, consapevoli dei rischi a cui potrebbero andare incontro (ripetitività e ridondanza sono dietro l’angolo). E se è vero che il punk è stato e forse rimarrà per sempre un concetto abbastanza astratto (come tutte le etichette d’altronde), Bell, Rumsey e Honey, se non altro, dimostrano di averlo nell’attitudine, e non è poca cosa.
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