Recensioni

Inizia alle 23 e dura solo quarantacinque minuti l’attesissimo concerto di Anna Calvi al Bronson di Ravenna. E’ questa l’unica pecca di un live intenso come ci si sarebbe potuti aspettare e perfettamente rappresentativo di un omonimo esordio che spedisce di diritto la cantante inglese nell’empireo dei potenziali “big”. Glaciale, irresistibile, raffinata come una ballerina di tango con camicia rossa e capelli imbrillantinati, la Calvi sembra quasi un replicante. Un Roy Batty dai sorrisi tenui e talvolta dovuti che non sai bene se stia lì a recitare, soffra di una timidezza cronica – ma è difficile pensarlo sentendola cantare – o ci creda talmente da riuscire a estraniarsi al pari di una Josephine Foster.

A dare una mano una chitarra supplementare, la batteria di Daniel Maiden Wood ma soprattutto una Mally Harpaz metronomica e fascinosa all’armonium e alle percussioni. Pochi colori ma fondamentali nell’ottica di un suono che nonostante l’ampio ventaglio di riferimenti – per tutti i dubbi del caso c’è la recensione di Stefano Solventi – si impone confini da rispettare legati all’essenzialità del blues e del crooning più umorale. Come dimostra una iniziale Rider To The Sea da deserto morriconiano in cui spiccano anche le doti tecniche della Calvi alla chitarra o la cover della Surrender di Elvis Presley impegnata a svelare insospettabili – ma plausibili – legami di parentela. Se Suzanne And I è Shirley Bassey traviata dai Calexico, Desire si rivela il previsto “riempipista” del gruppo, con quei crescendo à la Arcade Fire fin troppo esposti che il pubblico pressato di un Bronson al limite del sold-out dimostra di apprezzare.

Già, il pubblico. La Calvi piace e a tutte le latitudini: dall’indie-boy sul pezzo con la maglia a righe e il ciuffo stiloso all’ascoltatore di RDS, dalla femminista alla femme fatale sofisticata, dal rocker attempato con l’ormone nervoso al giornalista meno inserito. Per l’eleganza ricercata – e calcolata – misto di avvenenza e inquietudine, ma soprattutto per una voce impeccabile capace di tracciare un trait d’union esemplare tra tradizione americana, canzone europea e quella sensibilità legata al “bel canto” che alla fine è soprattutto roba nostra. Alle volte basta un cognome familiare su un profilo nordico a farcela ricordare.

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