Recensioni

Siamo al secondo capitolo della novella ambient firmata Anjou, ovvero il progetto nato dal sodalizio tra Mark Nelson e Robert Donne, due terzi dei celebrati padri del post-rock, i Labradford. Rispetto al primo disco, viene meno il lavoro percussionistico di Steven Hess e questo non fa altro che portare il suono del duo su territori, se possibile, ancora più liquidi e astratti. Va da sé che ci muoviamo all’interno di un perimetro i cui confini sono da anni i medesimi: pura e semplice post-ambient della tipologia con cui Kranky riempie da anni il catalogo. Niente di particolarmente innovativo e, a suo modo, anche molto di maniera.
Ciò che i due inventavano con i Labradford, qui mettono in scena lavorando di mestiere. Quelle di Anjou sono mini suite non distanti da quelle degli Stars Of the Lid di The Ballasted Orchestra, musica che ha bisogno di dieci/quindici minuti per svilupparsi appieno. Rispetto ai texani, Nelson e Donne flirtano meno col sinfonismo classico, virando piuttosto sulla costruzione di un paradigma raggelato e digitale (Culicinae), con tanto di ammiccamenti ad una idm krautedelica (Soucouyant) e molto cerebrale. È un suono freddo e scostante, al punto che la svolta noir del brano An Empy Bank si fa notare.
Mark Nelson ripete in quest’album il difetto degli ultimi lavori a firma Pan American. Il mestiere e la classe sono indiscutibili, ma valutati in un’ottica di lungo termine, tra qualche anno, tutti questi lavori saranno indistinguibili l’uno dall’altro.
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