Recensioni

6.8

Un pensiero di colpo m’inchioda: la ragazza prodigio capace nei primi anni Novanta di piazzare oltre un milione di copie senza una major alle spalle, ha da poco compiuto 50 anni. Mezzo secolo. E ha appena pubblicato l’album solista numero venti (al netto di live e collaborazioni). Inutile girarci intorno: il tempo è un bastardo. Ma, appunto, è col tempo e nel tempo che Ani Di Franco ha saputo diventare una specie di istituzione, senza con ciò disperdere del tutto il patrimonio di combattività, indipendenza e impegno, riuscendo cioè a non perdere il grip col presente. Tenuto conto, s’intende, che si tratta di un “presente” visto dalla prospettiva della sua generazione, la fatidica X: quella venuta subito dopo ai boomer, quella che stava sul fronte ruggendo disagio ai tempi in cui la cantautrice di Buffalo muoveva i primi passi sulla scena musicale facendosi apprezzare coi suoi modi da folletto outsider folk/punk/funk/grunge. La generazione insomma che oggi affronta gioie e dolori della mezza età osservando con preoccupazione (giustificatissima) le peripezie degli Y e dannandosi l’anima per gli Zoomer (l’ho già detto che il tempo è un bastardo?).

Alla Di Franco va riconosciuto un merito: non ha mai rincorso un risibile giovanilismo. Ha saputo maturare e lasciarsi scorrere addosso le generazioni. La logorrea febbrile e stradaiola ha lasciato progressivamente il posto a pennellate sempre più atmosferiche e meditabonde. Quella specie di busker che sembrava nutrirsi della vita accartocciata sui marciapiedi, oggi ha fatto il nido in un salotto con vista sul mondo. Si cresce, si matura, a volte s’invecchia. In certi casi però il vero spauracchio è imborghesirsi: lei lo ha fatto, ma con la grazia di chi ha capito che non farlo – restare un folletto outsider fino alla mezza età e oltre – sarebbe stato anche peggio, sarebbe stato ridicolo. Si è imborghesita quindi, ma non troppo: quel tanto da poterlo spacciare per una inevitabile maturazione. 

uindi, dopo che gli anni Dieci l’hanno vista mandare a segno lavori più che dignitosi (i molto buoni ¿Which Side Are You On? e Allergic To Water, il niente male Binary), Ani inaugura gli anni Venti con questo Revolutionary Love, uno dei lavori più atmosferici del suo repertorio. Si nota subito l’alto dosaggio dell’ingrediente soul, però come “sbiancato” da un’attitudine folk-blues che strizza l’occhio alle ballad più potabili (alla Ben Harper, per intendersi), mentre altrove le pennellate provengono dal territorio dell’etno-jazz o da qualche bacinella acida di stampo psych, sia pur glassata di vapori elettronici. Il tutto al servizio di melodie accoglienti ma non banali, levigate ma tutto sommato abbastanza stropicciate da suonare sincere. 

Il punto critico è proprio questo: sono canzoni che sfiorano il trabocchetto della retorica salottiera ad ogni nota o parola. Il loro impegno (“And if you think your vote doesn’t matter/Then you’re not paying attention”, canta in Do Or Die) e le perle di saggezza civile (“Freedom requires safety/Freedom requires trust/Freedom requires balance/In the equation of us”, da Simultaneously) rischiano di sembrare gagliardetti che sventolano dal balcone mentre giù in strada c’è gente che combatte davvero. Per suonare convincenti insomma hanno un disperato bisogno di sembrare autentiche, una spremuta fresca di cuore e neuroni. Ci riescono? Bisogna dire di sì, e piuttosto bene, grazie anche a una squadra di collaboratori (Phil Cook all’organo, Yan Westerland alla batteria, Matt Douglas a corno e flauto, Brevan Hampdem alle percussioni e Todd Sickafoose al basso) che sciorinano note e smazzano ritmi come una piccola tribù di stregoni che ha appena trovato la chimica giusta, il tutto colto con millimetrica perizia dal noto producer Tchad Blake.

Il soul-blues meditabondo della title track, le suggestioni jazztroniche di Station Identification, l’asprezza sinuosa di Chloroform (con gli archi sussiegosi a chiosare la storta marzialità da marcetta balzana) e una Bad Dream capace di strapazzarti il cuore un attimo prima di sbrodolare cliché gospel-soul: questi forse i pezzi migliori di una scaletta convincente che, nella consapevolezza di non essere (più) in grado di raccontare l’effervescenza di possibili rivoluzioni collettive, si accontenta di quelle che si possono organizzare nel perimetro delle relazioni o in quello ancora più intimo delle emozioni. Ti convince anzi, o tenta di farlo, che non significherebbe accontentarsi. 

Avanti così, Ani. Questa è la vi(t)a.

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