Recensioni

7.6

Injuries, ultima fatica degli Angles, prova a sciogliere il ghiaccio con una cremagliera bianca di vibrafono. E difatti European Boogie appartiene a Mattias Stahl, anche se la pattuglia fiati composta da Magnus Broo, Mats Aleklint, Goran Kajfes e Eirick Hegdal, con Martin Kuchen in testa a disegnare una declamatoria fusiforme, risulta solitamente decisiva ai fini critici. Sul passamano di Kuchen è stampigliato Trespass trio, Trondheim Jazz Orchestra e la sequenza folle degli “angoli” (6,8,9).

Il volto collettivo/politico è palese: in Eti si coglie la melodia del piano di Alexander Zethson che corre pensile sopra l’udito arrendevole, decimando ogni pelo di faglia, ogni dubbio di vuoti a perdere tribali, per poi imboscarsi nel fortunale di fiati finale. Zethson si diverte a tracciare il tema base di Compartmentalization, atto che chiude il lotto, con una sestina di piano ad accenti irregolari, badminton per un free dinoccolato. Inoltre dona un fascino blues agli screziati di Ubabba, brano che incanta. Invece la title track lo coglie in un’embrionale sottrazione fra i tasti che sembrano petriere lanciate dopo la rivoluzione messicana, fra mariachi sotto mentite spoglie di sax, trombone e sopranino. A desert On Fire, A Forest/I’Ve Been Lied To – dietro i suoi quasi 23 minuti di larga attesa – non fa che trasecolare, gemmare, ridestare tra robinie e dèjà vu certificati senza appallottolarsi mai; una suite maliarda a direzione collettiva sia nelle inflessioni di caduta, come nella ricca serie di scene solipsistiche.

La ritmica storta quando il tempo è sostenuto, cisposa quando il tempo tende a dilatarsi, è diretta da 2/3 dei Fire!, Johan Berthling e Andreas Werliin. Manca Mats Gustafsson, ma non si desti sospetto visti i ripetuti flirt fra i rispettivi band leader e la comune patria. In Our Midst è avvolgente e calda come lo fu due anni fa Today Is Better Than Tomorrow, ritracciabile nella formazione a 8 registrata al Ljubijana Jazz. Un’indocile melodia si staglia verso il quarto minuto e conduce per mano il gioco degli altri fiati, che come fratelli minori seguono l’argine fischiando il dramma, a volte mediterraneo a volte arabo o solamente ispanico, e le secche chiuse di battuta che come scene madri piangono una solitudine, un urlo.

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