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L’operazione non può che risultare intrigante: dopo aver flirtato con ’60 e ’70, con l’indie rock dei ’90 e con il folk più ancestrale e lirico, Angel Olsen abbraccia e sposa apertamente e platealmente gli ’80, incarnandoli nel sound e nel look. Il travestimento, inteso come rievocazione e rielaborazione di precisi scenari (e momenti) del passato, fa parte del suo universo poetico e stilistico da sempre; da autrice, oltre che da interprete, ha sempre cercato una particolare idea estetica a cui dare forma (post)moderna. È un gioco a cui siamo bene abituati e lei ne è, in un certo senso, regina. Quindi, cosa mai può dirci di nuovo un EP di cover di canzoni più o meno arcinote, risalenti ormai a quasi una quarantina di anni fa e parte di un immaginario collettivo condiviso che ben abbiamo acquisito, incamerato e metabolizzato?

In questo Aisles, Angel non si limita né a ricalcare gli originali né a suonare vintage, ma si spinge oltre diventando lei stessa maschera, in un gioco di specchi e di rimandi che ci restituisce degli Ottanta trasfigurati e rimasticati secondo quella sensibilità artistica che abbiamo visto crescere e svilupparsi fino al capolavoro – sì – All Mirrors.

In questa ottica, quello che è in apparenza un divertissement discografico finisce per rivelare più di quanto intenda; perché se è pur vero che gli anni ’80 sono per i venti/trentenni di oggi quello che i ’60 erano per chi aveva la stessa età trenta e più anni addietro (ovvero, un’epoca vissuta e idealizzata solo attraverso le canzoni e la cultura pop), al di là del solito giochino nostalgico affiorano, nel nostro caso, proprio quegli spunti interessanti che ci dicono qualcosa in più dell’artista. Che è quello che vorremmo sempre da un disco di cover (da Pin Ups in giù, per capirci). In tal senso, la rilettura più riuscita è quella della canzone più celebre del lotto: privata di quel riff, rallentata, puntellata da violoncelli solenni (come già nelle ultime prove della Nostra) e annegata in synth nebbiosi, la tozziana Gloria – qui nella versione anglofona di Laura Branigan, con il suo ritrovato carico di escapismo al femminile – diventa altra cosa e, nella ormai consueta vocalità espressiva di Angel, si carica di un significato del tutto nuovo – così come l’improbabile Safety Dance degli ancor più improbabili Men Without Hats, cantilena infantile che qui acquista persino spessore e sensualità.

E se le soluzioni sonore ed estetiche potrebbero rimandare a strade già battute – ovvero, gli eighties come li avevano già immaginati altri un paio di lustri fa (in effetti, una cover dreamy di Eyes Without A Face era stata già realizzata: Myth dei Beach House, anno 2012), ad emergere è comunque la personalità della Olsen, vuoi che re-immagini l’anthem nostalgico Forever Young degli Alphaville in chiave cameristica – sconfinando nella quasi citazione del canone di Pachebel – o che infili quatta quatta la chitarra di Airbag dei Radiohead all’interno di If You Leave, la hit americana degli Orchestral Manoeuvres In The Dark che chiudeva il cult movie Pretty In Pink.

Ecco allora che la maschera – come da aforisma – rivela: rivela un’artista (e una donna), se possibile, ancora più spavalda e sicura di sé. Alla luce del recente coming out, potremmo anche leggere questo innocuo dischetto come preludio a una nuova fase artistica; o comunque, e non è poco, come ulteriore tassello di un percorso che non smette di essere interessante, anche quando sono “solo” cover.

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