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Chiara Amalia Bernardini e Nicola Mora, già noti da queste parti e non solo come Kick (progetto che ci ha lasciato in dote Light Figures, peraltro uno degli album italiani più belli del 2022 secondo chi scrive), tornano sotto nuove spoglie e scelgono di presentarsi come Angel Names.

Il senso di questa nuova identità artistica, ascoltando il loro debutto omonimo, è subito evidente: il duo bresciano abbraccia un sound molto più sognante, sinuoso, obliquo. Molto meno “fisico” e “carnale”, decisamente più cerebrale, a tratti persino trascendente: armonie e dissonanze creano groove minimali e avvolgenti, dove l’incedere lento e la sottrazione non sono semplicemente scelte stilistiche, ma una vera e propria grammatica espressiva.

Sul piano timbrico, la novità più significativa è il ricorso frequente al doppio registro vocale, e questo dialogo inedito tra i due – con Chiara a fare da centro di gravità melodica – allarga la tavolozza degli umori fino a farla respirare su più livelli contemporaneamente: gli spettri emotivi spaziano dalla malinconia sospesa alla fierezza, dall’inquietudine a una qualche forma di dolcezza consolatoria, trovando nella sovrapposizione delle voci una risonanza ancora più profonda e complessa.

Influenze dream-pop, shoegaze, episodi post-punk (Sugar Crush), echi anni ’90 (All You Can Eat, con la sua intro che fa pensare ai Morphine), la lezione dello slowcore (Lion On The Door, con la strofa che ci riporta agli ipnotismi dei Cigarettes After Sex): Angel Names attraversa con disinvoltura tante coordinate dell’alt rock senza esaurirsi in nessuna di esse – e questo, di per sé, non è poco.

Il risultato è un disco che sa esattamente dove vuole stare: in quella zona franca in cui la forma-canzone non è un vincolo ma un punto di partenza. Ogni brano costruisce il proprio spazio con regole proprie, eppure l’insieme non suona mai frammentato, ma coerente come un organismo che respira in modi diversi a seconda del momento.

Una menzione a parte per Un Dolce Finale, brano che omaggia la Resistenza italiana con un approccio del tutto inusuale, tentando di immaginare quello che provavano i partigiani, che in definitiva erano in gran parte solo dei ragazzi, mentre si preparavano alla guerra, guardando il sole, consapevoli che avrebbe potuto essere l’ultima volta. “È un appello alla nostra coscienza collettiva, una chiamata alla perseveranza in un momento di impotenza acquisita. Non è solo una celebrazione del 25 aprile, ma l’augurio che il significato di questa data diventi un’attitudine verso il presente e il futuro“.

Ma il vero spirito dell’album è forse racchiuso in Soaked in Starlight: un anelito alla liberazione dalle costrizioni terrene, reso possibile non da ali di piume, ma da materiali di fortuna, plastica e bende bagnate. La voce di Nicola Mora si presenta nuda, scarnificata, eppure densa di emotività trattenuta; nei ritornelli le chitarre si aprono in un climax struggente che restituisce tutta la vertigine dell’ascesa, mentre i cori di Chiara Bernardini completano il quadro con una presenza incorporea e celestiale. Quasi un invito ad affidarsi al cielo, a scoprire che una volta sottratti alla gravità, ci si scopre capaci di meraviglia.

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