Se c’è una cosa che mi mette un’inspiegabile angoscia sono le classifiche di fine anno, e il bello è che sto per farne una.
In pochi comprenderanno questa sottile inquietudine mista ad ansia da prestazione: sembra che la maggior parte delle persone non veda l’ora di mettere in fila le cose fatte, viste e sentite e farne dei sontuosi ranking. Quelli come me, invece, hanno sempre il timore di dimenticare qualcuno o qualcosa, di cambiare idea, di essere troppo severi o al contrario troppo prodighi, di farsi trascinare dall’entusiasmo del momento, e magari di non ritrovarlo nell’attimo immediatamente successivo, quando dovranno tornarci, mettere in bilancio quell’esperienza e dargli un valore, che sanno già in partenza essere inevitabilmente arbitrario. E mutevole. E relativo.
Se pensiamo al film (e al libro) Alta Fedeltà, con tutto l’amore smisurato per quell’incantevole distillato anni ’90/primi ‘2000, sorridiamo dell’assolutezza delle asserzioni contenute nei dialoghi: in quel continuo, implacabile catalogare dischi, canzoni e libri dei protagonisti, c’è una perentorietà tipica dell’adolescenza, la stessa che siamo destinati a perdere strada facendo, abbracciando un numero imprecisato di possibilismi, revisionismi ed evoluzionismi che la vita ci metterà sul piatto. In definitiva, più diventiamo adulti e più sentiamo il peso delle scelte, anche quando si tratta di fare una semplice top 5.
Tutto ciò premesso, sia pur con il risibile bagaglio di nevrosi a fronte di un gioco sostanzialmente innocuo, eccoci qua, se non altro per celebrare il fatto che il 2022, musicalmente parlando, è stato un anno molto buono: tante belle scoperte, altrettante elettrizzanti conferme. Certo, è stato anche un anno divisivo: di certi celebrati fenomeni non abbiamo pienamente afferrato il senso, di altri abbiamo nettamente avvertito il peso di un vero e proprio divario generazionale. Ma ripetiamolo a scanso di equivoci: complessivamente è stato un anno molto positivo e appagante, e già solo per questo andrebbe degnamente ripercorso, per tutte le volte che la musica è stata in grado di farci dimenticare una giornata storta, di farci sorridere, di farci ballare o addirittura sognare.
A proposito di sogno, in cima alla mia lista non possono che esserci i Beach House: il colossale Once Twice Melody è riuscito nel miracolo di suonare ancora più stratificato e complesso dei suoi precedenti, quasi che il dream-pop del duo di Baltimora fosse definitivamente uscito dal suo cassetto e avesse deciso di risuonare in lungo e in largo: non più avvolto in nebbie ed ovatte, ma scintillante e dispiegato in uno spettro di suoni ancora più opulento, sorretto da archi fiabeschi. Una bellezza talmente accecante da suggerire che potesse trattarsi di un capitolo conclusivo, di un testamento artistico, di un addio. Questo non lo sapremo a breve, ma se come me vi siete ritrovati letteralmente in lacrime all’ultima traccia, Modern Love Stories, concorderete sul fatto che un disco così merita il podio (oltre a convenire sul fatto che sì, siamo troppo sentimentali).
Il secondo posto è per Laura Loriga, che, con il suo Vever, ha fatto un piccolo, grande capolavoro. Le nove tracce del disco sono un viaggio autenticamente trascendente, per non dire sublime. Dagli echi di una Nico assai più delicata, ma non per questo meno oscura (Mimi, Door Ajar), passando per certi rimandi alla Beth Gibbons più enigmatica (Balmaha), l’album è un lavoro ricercatissimo eppure mai ostico, che ci accompagna con grazia, mestiere e mistero.
Al terzo posto metto, un po’ arbitrariamente The Jacket, sesto lavoro sulla lunga distanza dei Widowspeak, interessantissimo e mai abbastanza celebrato duo di Brooklyn, che si è rivelato in più occasioni un mirabolante peacemaker. Ansiolitico musicale di pregiatissima fattura, purissimo artigianato folk-pop a cui lego momenti d’ascolto piacevolissimi e ripetuti. Forse la posizione in classifica è fin troppo alta, ma si è già dichiarato in premessa che le classifiche sono sempre e necessariamente umorali. Tanto vi basta.
Segue la mia rivelazione dell’anno: i King Hannah che, con I Am Not Sorry, I Was Just Being Me, hanno fatto un disco bello e onesto. Onesto soprattutto nello scoprire da subito le proprie carte e rivelarsi dichiaratamente derivativo, ma in una maniera accurata, ponderata e mai disturbante. Le suggestioni harveyane che ritornano ciclicamente (nella voce, nelle liriche, negli stilemi e nelle atmosfere), nulla tolgono al carattere di una band che è riuscita a confezionare un album a suo modo sorprendente. I ragazzi hanno studiato e passano a pieni voti.
Il trionfalismo art-pop di Cate Le Bon, col suo Pompeii, è stata un’altra bellissima esperienza d’ascolto: sofisticata, glam e altissima; talmente infarcita di stile e ricerca che anche gli amanti della sperimentazione hanno potuto apprezzarlo senza dover arrossire. Composto in un periodo di grandi conflitti emotivi, innescati dalla pandemia e dall’isolamento forzato, l’album è nato mentre la cantautrice gallese si chiedeva quale potesse essere il suo ultimo gesto artistico prima di una fine percepita come sempre più imminente e inevitabile. Il risultato è stato un disco delicato, sofferto e consapevole, in bilico tra domande irrisolte e bisogno di bellezza.
Nel 2022, siamo poi stati testimoni della compiuta maturazione (odio che suoni quasi paternalistico, ma è dannatamente così) di una delle artiste più interessanti in circolazione: Weyes Blood, che già ci aveva incantato con Titanic Rising nel 2019, e che ha fatto un ulteriore, enorme balzo artistico e performativo, confezionando un disco – And In The Darkness, Hearts Aglow – che coniuga funambolicamente classicismo e contemporaneità. Praticamente una Laura Nyro venuta dalle stelle di un’altra galassia.
Quest’anno ha poi segnato il ritorno dei Black Angels, con Wilderness Of Mirrors. La formazione di Austin, Texas, è quanto di più efficace si possa identificare oggi quando si dibatte di nu-psichedelia. Un suono potente che mischia sapientemente Velvet Underground & Nico, Beatles, Ennio Morricone e Syd Barret non poteva non fare breccia nei nostri cuori retromani.
E veniamo a Angel Olsen, col suo Big Time, che sa di radici e perdite. La musica popolare del sud degli Stati Uniti (il country e il folk in massima parte) fa da sfondo al palese bisogno di creare un momento contemplativo per elaborare liberazioni e lutti. Il suo coming out, accompagnato alla gioia di poter finalmente rivelare al mondo chi fosse davvero, ha di poco preceduto la tragica perdita, a breve distanza l’uno dall’altra, del padre e poi della madre. Big Time è anche e soprattutto, l’espressione e il risultato di questo devastante vortice emotivo. “It’s time to let it go”, canta Angelina in Right Now, ed è un addio senza ombra di rabbia o disperazione, che sembra aver già pianto tutte le sue lacrime. Allora ecco che arriva forte e chiara una potenza spirituale quasi sovrumana, capace di creare una connessione immediata con un dolore autentico e bellissimo: pieno di gratitudine e amore, pieno di ricordi, pieno di vita.
Cambiamo completamente registro e arriviamo a un’altra rivelazione di quest’anno, tutta italiana: i Kick, con il loro Light Figures. Il duo bresciano composto da Chiara Amelia Bernardini e Nicola Mora, gioca di contrasti: l’oscurità minacciosa e l’arrendevolezza suadente. Il loro è un irresistibile pop giocoso che si fa occasionalmente elettronica erotica e musica da film noir. Uno schiaffo e una carezza.
Menzione speciale per l’atteso ritorno degli Spiritualized: Everything Was Beautiful. J Spaceman ha dichiarato che questo lavoro è nato dal “passeggiare in una Londra deserta, in un mondo pieno di canti di uccelli e stranezze”. Ciò ha dato vita a un disco poco galattico, ma denso di romanticismo psichedelico, molto più terreno (a tratti suburbano, con i suoi innesti free-jazz; in alcuni momenti persino pregno di nostalgia vagamente rurale e bucolica). Il disco-medicina per antonomasia: d’altronde, la copertina lascia ben pochi dubbi in merito.
Ecco, se dovessi racchiudere in un pensiero questo mio anno musicale parlerei proprio di cura: una forsennata ricerca di balsami lenitivi dello spirito, come pure di occasionali stimolanti. I farmacisti di fiducia hanno fatto il loro dovere, ne ho pure trovato qualcuno nuovo che sa il fatto suo: da accanita consumatrice, mi ritengo alquanto soddisfatta.
- Beach House Once Twice Melody
- Laura Loriga Vever
- Widowspeak The Jacket
- King Hannah I Am Not Sorry I Was Just Being Me
- Cate Le Bon Pompeii
- Weyes Blood And In The Darkness, Hearts Aglow
- The Black Angels Wilderness Of Mirrors
- Angel Olsen Big Time
- Kick Light Figures
- Spiritualized Everything Was Beautiful
- Verdena Volevo Magia
- The Smile A Light For Attracting Attention
- Kali Malone Living Torch
- Goat Oh Death
- Manuel Agnelli Ama Il Prossimo Tuo Come Te Stesso
- Micah P. Hinson I Lie To You
- Black Lips Apocalypse Love
- Marlene Kuntz Karma Clima
- Diamanda Galas Broken Gargoyles
- Yeah Yeah Yeahs Cool It Down