Recensioni

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Aprile 2017. Una villa seicentesca di Palaia, provincia di Pisa. Qui prende vita il quarto album di Anenon, nome d’arte di Brian Allen Simon, producer losangelino che ha scelto di allontanarsi dalla città degli angeli per ritrovare dentro di sé quella pace e quel sollievo che solo le splendide campagne della Toscana hanno saputo dargli. Il desiderio di abbandonare temporaneamente il caos distopico della primavera statunitense (sono le parole della nota stampa) lo hanno portato a rifugiarsi in un passato lontano eppure vivo ed attuale, pennellato con eleganti pastelli a tratteggiare un tempo indefinito legato essenzialmente allo stato d’animo di chi ascolta, e soprattutto di chi ha pensato e composto queste musiche.

Anenon continua un percorso di allontanamento dai beat (Inner Hue), schiumando opera dopo opera un’idea di ambient che, dopo i precedenti Sagrada e Petrol, si avvicina con Tongue a una forma personale e definita. Lo fa filtrando il sempre presente – e imprescindibile – portato emotivo (caro a tutto il giro Erased Tapes e relativa scena neo-classical) ma attingendo questa volta a un ventaglio più ampio di stili e percezioni che passano dalla vena jazzata dell’ultimo Call Super – grazie ai fraseggi di oboe e sassofono – a soffici nuvole elettroniche esplorate attraverso la magia del pianoforte, i field recording e una buona dose di synth ariosi e lucenti. Un disco dalle mille facce che nulla sposta, eppure stuzzicante per quest’intrigante incrocio tra impressionismo e percezioni tattili che si destreggiano, eleganti e sinuose, nel giro di poche note, tra l’astratto più imprendibile e quella inconfondibile sensazione di vita, immediatamente percepibile e da sfiorare delicatamente, a occhi chiusi.

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