Recensioni

7.4

Di postmodernismi sagaci (leggi anche post-Zornismi), di collagismo enfant terrible, di freejazz alla cazzo di cane (il nostro amato sfrenato Madlib) e via dicendo ne abbiamo da qui alla fine dei tempi.

Il numeroso ensemble tedesco – 18 elementi, diretti dal compositore, sassofonista e clarinettista Daniel GlatzelAndromeda Mega Express Orchestra, dopo un disco registrato dal vivo in cui si cimentava con un mood da divertita big band anni Cinquanta (e che non aveva troppo esaltato qui su SA), si è chiuso in studio e ha alzato il tiro, lavorando in maniera completamente diversa (almost every instrument was recorded separately, each track was edited and re-arranged by computer) e tirando fuori dal cilindro quello che è uno splendido casino. Uno splendido guazzabuglio con le stelle negli occhi e un fantastico armamentario per le mani fatto di ritagli di: colonne sonore (di film e di cartoni), jingle televisivi (in Rainbow Warrior), jazz più e meno free e spacey, come un Art Ensemble of Chicago o un Sun Ra a braccetto con Dumbo (beh, ci sta), exotica e Penguin Cafe, musichette da circo (in Le Pretre Viré), ma anche Schoenbger e Stravinsky, come degli Henry Cow scombinacarte, come certe suite freakadeliche zappiane. Berlin Drinks and Goes Home.

Il tutto senza spocchia accademica, senza eccessi virtuosistici da jazzisti, eppure splendidamente sorvegliato da una tecnica e da una disciplina – strumentale e costruttiva – come solo in certi lavori di Berklee alumni o conservatoristi illuminati. L'artwork ben rappresenta il patchwork che troviamo dentro, un collage colto e divertente, al limite dello radio switch (in Hektra Mumma Gulla – titolo strizzata d'occhio Kraut – sentiamo a un certo punto il play/stop di un mangianastri; in Sotho Hotho Ro errori di riproduzione da glitch music), dove cameristico fa rima con caraibico e con cabarettistico. This is post-ironic world-jazz, dicono loro, e ci sta benissimo.

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