Recensioni

7.5

Lo vogliamo dire prima di qualsiasi altra cosa: di quando in quando è bello trovarsi di fronte a dischi come questo. E non perché il debutto da solista di Andrew Wyatt (se non avete idea di chi sia, aspettate ancora qualche riga) sia essenzialmente bello, appunto. Le sue qualità non hanno necessariamente attinenza con la bellezza in senso stretto – anche se di bellezza, intesa come ricerca estetico-melodica, queste canzoni non sono certo prive. Sin dal primissimo ascolto, Descender risulta piuttosto misterioso e inafferrabile, e ciò è indubbia parte del suo fascino. Al contempo, appare subito evidente la presenza di un’idea piuttosto forte, di una precisa scelta formale che, se sfuma i tratti del songwriting, riesce altresì a rivelare parecchio della personalità dell’artista, del suo mondo, della sua sensibilità. Se le nostre vi sembrano parole criptiche, ascoltate pure l’iniziale Horse Latitudes, la voce sommersa dal riverbero eppure distinta nel timbro, pochi versi accompagnati da un glockenspiel e poi una lunga coda, basata sull’insistenza minimalista di una sola frase ascendente di archi dal vago sapore mahleriano, mentre in sottofondo fioriscono interferenze elettroniche reminiscenti di quelle di Jim O’ Rourke nei dischi dei Wilco.

Non tutti gli esordienti si accompagnano con un’orchestra di 75 elementi – la Filarmonica di Praga: la scelta formale di cui sopra -, e difatti Wyatt non è un esordiente qualsiasi. È la voce dei Miike Snow (ovvero l’ensemble pop elettronico che vede in azione gli svedesi Bloodshy & Avant, hitmaker assoluti con Madonna, Kylie Minogue e Britney Spears), e ancor prima suonava il basso negli A.M. insieme agli orfani della Jeff Buckley Band. Eccolo ora mettersi in prima linea con un progetto tutt’altro che velleitario, anzi rispondente a una visione stilistica e artistica non poco ambiziosa: reimmaginare il pop orchestrale fra tentazioni melodiche (Harlem Boyz e And Septimus, in cui sfoggia il suo caratteristico falsetto che a tratti fa tanto, ehm, Mika), incursioni sperimentali (le manipolazioni minimaliste dell’avanguardistica title track), con una ricchezza timbrica e classicismi assortiti a metà tra i Procol Harum e il John Cale di Paris 1919 (indirettamente rievocato nel valzer In Paris They Know How To Build A Monument), senza dimenticare Scott Walker, Divine Comedy e certe inflessioni Peter Gabriel e – perché no? – ELO, con un tocco di Jack Nitzsche (There Is A Spring). Citazioni che vi servano solo da bussola, anche se il consiglio più sentito è quello di perdervi e riperdervi tra le brume, repeat sempre acceso a mandare in loop gli appena trentadue minuti del disco. Naufragar vi sarà dolce in questo mare.

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