Recensioni

Dopo varie avventure in gruppo (Das, Bogartz) ed esperimenti quasi-solisti (Van Cleef Continental), Andrea Van Cleef approda all’esordio a suo nome con Sundog, buon esempio di cantautorato folk-blues immerso in nostalgie nineties. Gli indimenticabili anni 90 sono infatti il filo conduttore di tutto l’album, leit-motiv declinato in varie soluzioni ma comunque sempre debitore al miglior songwriting del periodo, con Mark Lanegan a far da nume tutelare ad una brumosità vocale che richiama soprattutto i primi due lavori solisti del suddetto.
C’è da chiarire, però, che Andrea non si propone in veste di imitatore/erede dell’ex Screaming Trees: i parallelismi nascono soprattutto da un comune immaginario, quello che, partendo dai grigiori della più profonda periferia americana, arriva a congiungersi con i padri fondatori del genere, da Hank Williams a Johnny Cash, fino al black-blues del Mississippi.
Il risultato è un folk oscuro in cui la struttura asciutta delle canzoni sottolinea l’ottima vocalità del polistrumentista bresciano, come in A Sea Song, costruita su voce e piano, o A House By The River e la sua ottima melodia acustica. Una voce, dicevamo, che pur vivendo di profondità baritonali e umbratili, evita il rischio di fossilizzarsi su se stessa, variando ora in sonorità country/gospel (l’organo di The Day You Tried To Kill Me), ora in languori rock-soul, (l’incedere latin di The Clinging Song, arricchito da una voce femminile in perfetto contrasto con quella del cantautore). Le successive If e The New Earth riconducono all’essenzialità acustica di inizio album, a cui segue il desert-rock diSeawater Girl e una conclusiva Andromeda che mastica un blues per un vecchio western alla Sergio Leone.
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