Recensioni

Dopo l'opera folk di due anni fa (Hadestown) e una consistente presenza nel catalogo Righteous Babe, la Mitchell si mette del tutto in proprio e sforna probabilmente il suo disco migliore. La profondità e qualità della scrittura che avevamo sottolineato nel 2010 è qui ancora più evidente, a dimostrazione che il folk-rock-pop al femminile sta benissimo.
Ispirato dalla "virilità americana, dalle ballate britanniche e da mio padre", Young Man In America è un disco che potrebbe essere stato scritto in qualsiasi epoca. Fin dai titoli dei brani (Wilderland, Tailor, Sheperd oppure Ships) si capisce di trovarsi di fronte a un'epopea narrativa che sa attingere tanto al proprio vissuto, quanto ai miti dell'America e del folk: "Your daddy was a farmer / His back was burnished red and gold / And every time he closed his eyes a rooster crowed" canta in He Did.
Musicalmente il meglio arriva quando a supporto della sua voce sottile troviamo un coro maschile caldo (la splendida Dyin Day intarsiata di banjo), o quando è il fingerpicking a sottolineare i sentimenti (l'amara Annemarie). Non manca qualche venatura elettrica (Venus) e un cenno soul-folk sottolineato dai fiati in You Are Forgiven. La Mitchell, con buona pace di tutte le sorelline svedesi, ha la forza delle personalità (che non la fece cadere confrontandosi con il mito di Orfeo), un contatto diretto con l'immaginario della frontiera, con il mito, con il letterario e il narrativo, oltre che la sapienza produttiva di Todd Sickafoose. Sarebbe tempo di consacrazione, ma il grande pubblico indie (se esiste) continua a forzare lo sguardo altrove. Peccato. Per il pubblico.
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