Recensioni

6.9

L’aggettivo “bucolico” che a fine anni novanta ogni critico musicale che si rispettasse affibbiava ai dischi di gente come i Mojave 3, potrebbe tranquillamente essere speso anche per questo Of Ghosts And Marvels di An Early Bird. Che di bucolico ha praticamente tutto, a partire dall’immagine di copertina e dai pacati arpeggi di chitarra acustica che si inseguono in quasi tutti i brani, passando per certe melodie armoniose che il buon Nick Drake avrebbe autografato volentieri e per morbidi incroci di voci femminili e maschili, fino ad arrivare a un suono caldo e avvolgente che si dimostra ben tarato nelle dinamiche (il mastering è di Aidan Foley, dei Masterlabs di Dublino). C’è ovviamente, nei timbri e nei testi in inglese, quell’imprinting british che il buon Stefano De Stefano – titolare del progetto – si porta dietro dai tempi dei Pipers, qui declinato su un folk-pop che nelle linee vocali ricorda vagamente un Elliott Smith meno psichedelico, ma nel tessuto strumentale sta da tutt’altra parte. In territori, ad esempio, che un Badly Drawn Boy bazzicava qualche anno fa, quando aveva la luna girata nel verso giusto.

Tanto per dire che chi volesse cercarne, non troverà troppe sorprese in questo disco. Del resto l’obiettivo non è suonare smaccatamente innovativi, ma lavorare di fino su melodie e scrittura. Da questo punto di vista, De Stefano dimostra di saperci fare e di muoversi con agiata disinvoltura in un reticolato di cadenze che non si accontenta di suonare prevedibilmente malinconico, ma dosa alla perfezione stacchi e strumentazione, lentezze e sotterfugi armonici inaspettati. Si prendano a titolo d’esempio brani come l’iniziale To The Trees o magari il grande equilibrio negli interventi dei musicisti che si respira in Something Left, a nostro avviso una delle tracce migliori dell’album.

A tratti viene in mente un professionista del settore come Moro & The Silent Revolution (soprattutto i primi dischi) per quella capacità di suonare orecchiabili ma non scontati, intimisti ma non autoreferenziali. Ecco, al “bucolico” aggiungiamo pure un “intimista”, tanto per navigare a vista nell’oceano dei luoghi comuni: quello che non fa un disco che sarà pure un po’ uniforme e formale nei toni, ma è capace di rasserenare con la sua grazia non invadente.

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