Recensioni

Lo scorso 30 di aprile si è conclusa la rassegna di eventi dal titolo <code> organizzata dall’associazione Musicus Concentus in collaborazione con Disco_nnect, due realtà fiorentine apparentemente agli antipodi ma accomunate da un condiviso spirito di esplorazione ed assuefazione totale alle forme più spurie, sperimentali e “di ricerca” (per usare una locuzione d’antan) della musica contemporanea. In questa sfera s’inserisce prepotentemente una certa elettronica che funge spesso da raccordo tra la classica contemporanea e gli studi sui benefici e sulle potenzialità del suono (Basinski e English), o su un discorso che tende le proprie sinapsi verso un tessuto culturale, uno studio di matrice antropologica (i viaggi allucinanti nei tropici contaminati di Sun Araw). A concludere questo excursus panoramico, si è deciso di colmare i vuoti lasciati dallo scarto che avviene molto spesso tra certi attori della scena europea ed internazionale (etichette come PAN o Planet Mu, più interessate ad ispezionare gli antri più esoterici e oscuri della musica contemporanea) e la cultura “urbana”, in un certo senso resa popolare dall’universo liminale delle fanzine cartacee (poi traslate sul web) e da micro-nicchie che fanno della moda streetwear e di simbolismi riottosi i loro caratteri identitari.

Non è un caso, infatti, che l’ultimo atto di questa rassegna si sia consumato non più tra le pareti placide ed affrescate della consueta Sala Vanni, ma nella struttura verticale, grigia, austera ed angolare del teatro Puccini, uno degli edifici fiorentini di epoca fascista tra i più riconoscibili (assieme all’adiacente ex manifattura dei tabacchi). Uno di quei luoghi, insomma, che riescono a trasmettere un senso di puntiglioso futurismo, concretezza marziale, oscura decadenza di metà secolo, e molti input che ben si addensano nella poltiglia musicale rappresentata dai musicisti in scena, ovviamente di scuderia PAN: il danese Loke Rahbek, noto come Croatian Amor, e il duo finlandese (ma di stanza a Berlino, ca va sans dire) Amnesia Scanner.

Il primo, esibitosi di fronte a una platea accucciata nel buio della sala, ammantata e affumicata da una densissima coltre di miasmi artificiali, ha tutte le carte precise e tagliate per incarnare il physique du role ideale del producer moderno: capelli biondi a caschetto, fisico longilineo e volto efebico, prossemica da maudit, abiti da agitatore culturale da rave. Buffo come si sia passati da oscuri produttori che tutt’al più potevano ricordare il compagno di banco nerd che ti passava i compiti di matematica, con felpe grosse e capelli lunghi e bisunti, spessi occhiali a fondo di bottiglia e un grosso debito col sonno, a esteti vampireschi dalla pelle diafana, spesso accomunati da un’ambiguità sessuale che generalmente è oggetto teorico e visuale del loro output creativo. Croatian Amor lascia fluire la sua elettronica totalizzante in un pubblico sparuto ma compatto, forse ancora un po’ sonnecchiante, che sprofonda nelle vecchie poltrone del teatro, quasi ad attendere un climax  che si consuma giusto gli ultimi 10-15 minuti, in cui il suono si fa più denso e stratificato, echi di campioni ambientali e voci eteree (un topoi piuttosto diffuso) si accavallano come in un cut-up burroughsiano. Niente di nuovo sul fronte, capitano.

Gli Amnesia Scanner poi prendono il palcoscenico, celandosi dietro a un infausto fumo artificiale ancor più invasivo e a poche luci strategicamente posizionate, in un atto che pare rievocare l’immagine mistificata dei primi Boards of Canada, uomini che si nascondono ancora dietro un’architettura sonora e visiva totalizzante, con uniformi nere da black block. L’estetica dei simbolismi e dei richiami è in primo piano anche qui, non fraintendete, e forse questo rende AS uno dei progetti più postmoderni in senso totale che ci siano a giro (recentemente mi è capitato di ritrovare dei loro “sticker”, con loghi, frasi e robe assortite, in un catalogo di streetwear e controculture piuttosto in voga tra gli studenti di moda, novembre). Un volto trasfigurato e mostruoso, una specie di mascotte che richiama il testone virtuale parlante di qualche programma pomeridiano per ragazzi, è un cicerone che introduce alcune tracce in intermezzi parlati atti a rendere ancor più estraniante l’esperienza.

I due attaccano, rifacendosi a un repertorio disparato, ovviamente senza lesinare sulla potenza di fuoco che caratterizza il loro stile, e che nonostante le asperità va a scomodare ritmiche in voga (il tempo del reggaetton, qualche nuance techno che non fa mai male), una partenza in cui il pubblico, ancora timido, inizia a destarsi dal proprio torpore, salvo poi conquistare quasi militarmente le prime file, rigorosamente in piedi, quasi come destati da una profonda macumba di un antico rito voodoo. L’atto magico è compiuto.

Ancora è difficile comprendere se certe cose debbano essere fruite in un contesto teatrale e posato, avendo comunque dalla propria parte quella struttura concettuale ormai archetipica per molte istanze della musica sperimentale, o se le persone vogliano semplicemente ballare e divertirsi e si sentano in qualche modo costrette in zone franche che ne limitano il raggio d’azione (questa è una considerazione che comprende anche la disponibilità di spazi e strutture sul territorio fiorentino, ma non è materia di discussione primaria in questo momento). Ciò che rimane è un vago senso di frustrazione legato a un modo di concepire ancora l’elettronica come un totem criptico e densissimo di simbologie al tempo stesso, da ammirare e subire come se fosse un’estensione spontanea e biologica di chissà quale controcultura (se la percepite fatemi un fischio): potrei dire che AS, al netto di molte considerazioni e pippe mentali che vengono prodotte in merito, è un onestissimo progetto musicale con degli interessanti sbocchi produttivi e creativi, nulla più, nulla meno. E che ovviamente, una città come Firenze ha bisogno di venire irrorata da iniziative del genere, per svegliare finalmente qualche coscienza addormentata.

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