Recensioni

Chi ha ancora bisogno di un disco così? Canzoni che germogliano attorno a poche idee, spesso una sola, giocando a finalizzarne la forma tra l’essenziale e l’esaustivo. Essenziale ed esaustivo che coincidono dalle parti di un folk psichedelico, accostabile per amor d’etichetta a certo slowcore di stampo Mojave 3 o Early Day Miners. Però levigato fino a farsi sottile sottile, tanto da passare sotto la porta, da infilarsi tra le pagine. Di chitarra elettrica appena un grugnito, le percussioni fibrose, una bruma di basso. E liquori argentini di tastiera, e una voce che soffia sulla cenere. Strano, dicevo, averne ancora bisogno. Eppure gli American Analog Set vantano una nutrita schiera di estimatori, guadagnata grazie ad una discografia corposa (5 album dal ’96 al 2003) e di buon livello. Al cospetto della quale non demerita quest’ultimo Set Free. Che pure, buttato nella mischia dei tempi, sembra spampanarsi in una irrimediabile insignificanza.
In altre parole, almeno riguardo il mio rapporto col genere, siamo oltre il livello di saturazione. Ed è questo il punto: Set Free è – vuole decisamente essere – un disco di (questo) genere. Così, per quanto si muova disinvolto il valzer di She’s half (l’impalpabile languore dei Mojave 3, la doglianza di certi Grant Lee Buffalo e un pizzico di deliquio Low), per quanto Born to cusp sussurri come certe trepidazioni Yo La Tengo in una sottotrama nervosa Wilco, per quanto il caracollare ipnotico di Jr si avviti tra dilatazioni & contemplazioni & rimbrotti Red House Painters, tutto scivola di lato, si posa e svanisce senza lasciare tracce evidenti. Se c’è cuore dentro le (pur sapienti) forme, le dosi sono omeopatiche, e all’omeopatia – scusatemi – faccio fatica a credere.
Però, tanto per non buttare le paperelle assieme all’acqua sporca, direi che l’up tempo di First of four – con quelle chitarre in vena di barlumi jazzy – si difende benissimo, che il passo greve di Play hurt può vantare un piacevole retrogusto circa Tom Petty, e che in Sharp briar una strisciante tentazione errebì fa balenare il fantasma narcotizzato degli Stones nientemeno. Insomma, spero abbiate capito il punto della questione: questa musica, e con essa il talento degli AAS, non è affatto male, ma non è libera, non vuole o non sa esserlo. E’ prigioniera di se stessa, della disciplina che s’impone, i cui canoni afferro ma non mi afferrano (più). Così, quando la conclusiva Fuck this… I’m leaving imbastisce un crescendo emotivo dalla flemma matematica – le corde a spampanare tepore, la voce ormai un ansito – so bene, lo so fin da subito, che si guarderà dal deflagrare, che procederà fino all’esaurimento del compito. Poi, fine: tutto asciutto e pulito.
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