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7.4

Honey from a Winter Stone è il secondo disco del trombettista Ambrose Akinmusire a uscire su Nonesuch Records, dopo il pregevole Owl Song del 2023 co-firmato con Herlin Riley e la decisiva partecipazione di Bill Frisell. Ma Akinmusire è attivo da quasi un ventennio, con all’attivo diverse incisioni anche per la prestigiosa Blue Note. Le note biografiche ufficiali vogliono che sia stato Steve Coleman a notarlo quando lo sentì suonare ancora adolescente a un concerto scolastico.

Qui è in compagnia di un nutrito gruppo di musicisti. Chiquita (synth), Justin Brown (batteria) e il  Mivos Quartet (archi). Ma, oltre alla tromba del bandleader, a rubare la scena sono il pianoforte di Sam Harris, perfetta tavolozza armonica e d’atmosfera su cui adagiare le linee di tromba, e gli interventi del rapper Kokayi che da sempre lavora tra hip hop e spoken word concentrandosi soprattutto sulla cultura della diaspora africana negli States.

Rispetto al recente passato, è l’architettura sonora e compositiva ad avere fatto un deciso salto di qualità (già alta): sempre meno riferimenti alla forma song e un nuovo orizzonte fatto di brani dilatati, dove ogni strumento è usato sia in funzione timbrica che d’atmosfera. Ne è una specie di manifesto l’iniziale muffled screams: quindici minuti telluricamente notturni con interventi misurati della tromba che disegnano un quadro di forze sopite, ma non domo, pronto a riattivarsi.  s-/kinfolks di minuti ne dura addirittura ventinove, con Kokayi che ben oltre la metà dà il senso, lanciando su un’armonia in minore le sue rime: We all can’t win—I seen you out there watching me/You give me rocks so I can sink when I swim/I guess that way you got me out here with the mind of a slave”. Tra echi di bepop (Bloomed) e musica da camera (MYanx.), con uno sguardo lucido sulle bruttezze del presente, Honey from a Winter Stone è un disco destinato a segnare questi anni.

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