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7.7

Diventata nell’ultimo decennio autentico fenomeno di massa – con l’annessa retorica “sole-mare-vento” che ha reso il Salento una sorta di Shark El-Sheik di chi addita con disprezzo coloro che a Sharm el Sheik ci vanno davvero – la taranta rischia di perdere per strada tutta quella densità antropologica di tradizione e cultura che le ha permesso di superare numerosi secoli e altrettante barriere.

Serve dunque difenderla, ma meglio ancora darle nuova vita, per via contaminatoria o prestandosi ad un’operazione come quella che compiono Ambrogio Sparagna e l’Orchestra Popolare Italiana dell’Auditorium Parco della Musica di Roma in questo Taranta d’amore. Ovvero contaminare sì, ma non con musiche contemporanee, bensì mescolando tradizioni che fra i secoli dal centro Italia all’estremo sud hanno trovato nel ritmo ternario della taranta un comune filo rosso, aggiungendovi poi brani nuovi e autografi.

L’esito è un humus ben poco imbalsamo nelle stagnazioni filologiche ma fecondo di tracce al contempo viscerali ed eleganti, che aggiungono alla tensione terrigna d’origine l’imponenza energica di un ensemble numeroso e perfetto nell’esecuzione. Applauso dunque a Sparagna per il lavoro in fase di adattamento di spunti in nuce molto diversi fra loro (strambotti, pizziche, canti popolari romani e tanto altro) come di scrittura di nuove canzoni del tutto omogenee al resto (splendida Libera nos a malo). E applauso ai venti elementi dell’Orchestra tra zampogne, organetti, mandolini, chitarre battenti, ghironde, ciaramelle, tamburelli, violini e voci (di alcuni dei migliori cantanti popolari italiani: su tutti impossibile non segnalare la voce pastorale di Raffaello Simeoni).

Se c’è qualcosa da sostenere contro l’istituzionalizzazione da pro loco e il trionfo della didascalia da cartolina è proprio una pratica di futuro antico come questa. Ancor di più se realizzata a livelli così alti.

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