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La finalità è encomiabile: creare un progetto discografico che funga da manifesto dell’Italia degli ultimi vent’anni e quindi, implicitamente, metta in guardia il futuro dagli errori del passato. Il paese descritto è ovviamente quello berlusconiano, in un excursus che – come da note riportate sul booklet – denuncia una ad una le aberrazioni di un regime costruito e foraggiato dalla televisione: dalla promessa del milione di posti di lavoro mai mantenuta agli scandali legati al terremoto dell’Aquila, dalle leggi ad personam ai conflitti di interesse, dalla licenziosità festaiola alla corruzione. Il tutto in un’ottica barricadera che vorrebbe risvegliare le coscienze – emblematico, a tal proposito, il sottotitolo del disco “Note per destare un paese” – ma finisce, invece, per suonare retorica. Quasi si trattasse di una serie di istruzioni per l’uso o di un manifesto programmatico, più che di una poetica musicale vera e propria.

Quel che importa è la linearità del messaggio, insomma, e pazienza se per veicolarlo ci si deve affidare a un rock in italiano in stile Timoria / Liftiba (la title track), a qualche spoken word che sembra richiamare formazioni come gli Ultimo Attuale Corpo Sonoro senza eguagliarne l’intensità (la parte iniziale di Mi hanno rubato il prete, brano dedicato a Don Gallo) o a certi toni evocativi generalisti alla U2 (La Bandiera). Ne vien fuori un citazionismo freddo – testi come “hai timore dello straniero / anche del buio e del lavoro nero / hai timore del precariato / di restare disoccupato” non aiutano – che sa di ideologia spicciola e di luoghi comuni, abile nel non tralasciare particolari scabrosi di un ventennio disastroso ma non abbastanza a fuoco per trasformarli in una formula convincente.

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