Recensioni

“Sanacore era il sogno di quattro ragazzi, tre napoletani e un romano.” Un sogno di “condivisione”. Di armonia. Di opposizione, anche: a quello che c’era allora, e c’è ancora adesso. Adesso peggio di allora.
Il discorso dei saluti di Raiz taglia il tempo di scatto, proietta sullo scenario deprimente di oggi – non tanto a livello musicale ma proprio generale – il senso dei trent’anni e soprattutto del progetto originario di Sanacore. Quello di prendersi tempo e di riprendersi il tempo; proprio come nello spoken word – Tempo, appunto – che esce dalle casse dopo la fine del concerto.
Ritmo lento per riconciliarsi con l’essere umani. Con le reggae vibes sempre in primo piano, il one drop in levare come mantra, anche nelle sue mille angolazioni – dub, raggamuffin, afropsichedelia, la fratellanza con il Bristol sound degli amici Massive Attack. E la filosofia del reggae stesso, i medley in cui fa capolino Bob Marley, due volte (War e No More Trouble), le roots africane, la circolarità in trance di una Ruanda che si salda con il discorso accorato in rap di Black Athena.

Nella loro immaginaria Kingston, che nella realtà era l’isola di Procida, trent’anni fa gli Almamegretta davano forma di un disco – un album tra i più luminosi di quella stagione irripetibile della musica “alternativa” italiana – a questo sogno che oggi rivive sul palco (tre di quei ragazzi ci sono ancora, su quel palco, e un pensiero va a D.Rad che ci ha lasciati tanti anni fa) in questo live celebrativo. Rivive nella forma che ha più senso però. Libera; libera di riassemblare, riarrangiare scalette, strutture e pezzi, pescare da discografie collaterali – Nziria, da Indubb –, mixare pezzi più recenti come Water di garden, o appena più vecchi come la sempre incisiva ‘O bbuono e ‘o malamente. Il tutto con un’idea fluida, da jam.

I pezzi forti di Sanacore naturalmente ci sono tutti, il più delle volte rimodellati rispetto alle versioni album, con accenti ritmici diversi, non meno evocativi però – è il caso di Scioscie Viento, uno dei momenti più intensi del concerto, cantata splendidamente (come il resto) da Raiz, di Maje, di Ammore Nemico, di ‘O sciore cchiù felice. Persino Napoli Trip mette la trama vocale mediterranea in primo piano e aggancia solo a tratti l’inconfondibile groove di Karmacoma. La riproposizione dell’album così com’era, tracklist compresa (capita spesso in occasioni di questo tipo), non ne avrebbe onorato fino in fondo l’importanza, la fantasia, il significato autentico. Meglio così: una visione “critica” e viva, che non è soltanto nostalgia.
Poi è pur sempre un concerto che deve avere i suoi riti. Gli “inni” sono strategicamente piazzati nel bis insieme all’altrettanto classica Figli di Annibale: parliamo di Sanacore e di Nun te scurdà, naturalmente, e qui la Napoli degli Alma fa accendere e commuovere ancora il pubblico di Milano, dove per fortuna si è vista anche qualche faccia fresca e non solo di reduci degli anni ’90.
La foto gallery di Andrea Leone.
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