Recensioni

Tornare dove si è sempre stati, allargando il proprio baricentro. Gli Allah-Las da Los Angeles pubblicano un nuovo album tre anni dopo l’ottimo Calico Review, che era stato l’ennesimo capitolo di un discorso totalmente fuori dal tempo. Un discorso prettamente legato al passato: Matt Correia, Spencer Dunham, Miles Michaud e Pedrum Siadatian se ne fregano del tutto di quel che succede attorno a loro, oggi. E sembrano prenderci gusto solo così.
Fatto: la recensione potrebbe chiudersi così. Epperò ci perderemmo un sacco di cose. Mancheremmo di dire come il vero riferimento che potremmo scovare oggi, per un disco così, sia l’ultimo film Tarantino, C’era una volta ad Hollywood e forse anche qualcosa dello Scorsese più nostalgico. Quelle voci cristalline, quei battiti che ti immagini creati a piedi nudi, il sogno bagnato degli Anni Sessanta che alla fine sono, stranamente, riusciti davvero a salvare il mondo… Un idillio reso ancora più gustoso dalla tavolozza che in LAHS si arricchisce di una tavolozza di colori e linguaggi più ampia, frutto – come confermato dalle note stampa – del continuo girare il globo da parte della band.
Vorresti massacrarlo un disco fatto così. E però, come tutti gli album dei quattro, col loro suono a metà tra garage, Byrds e Beach Boys narcolettici, la spunta sempre lui: “Non è colpa mia – sembra dire – se vi preoccupate del mondo e della modernità e delle connessioni con l’innovazione”. Questo disco, appunto, se ne frega. E ti scaraventa su una qualsiasi delle spiagge più belle del mondo, con melodie succose come Prazer Em Te Conhecer o divertissement lo-fi come Royal Blues. E poi gemme che ti portano in una dimensione di benessere non ottundente come Electricity o il brano forse migliore del lotto, Light Yearly, che ci sarebbe stato benissimo in una scena di Casino, confermando gli Allah-Las più come una forma di medicina al malessere che come una band.
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