Recensioni

<p>Immagini dal futuro possibile? Appunti sull’imminente disastro?
Apologia hollywoodiana del collasso? Forse questo film è quanto di più
vicino si possa immaginare alla realtà del prossimo cinquantennio. Non
è un dato di fatto, ovviamente, perché <strong>Alfonso Cuaron</strong>non è Nostradamus, ma una sensazione netta, un gusto inquietante che
pervade i pensieri mentre in sala si accendono le luci e partono i
titoli di coda. Siamo nel 2027 nell’apocalittica Inghilterra, e i Pesci
– organizzazione ecoterrorista – lottano per scatenare la rivolta in un
mondo sterile: su tutta la terra da anni non nasce un bambino, l’amore
sembra scomparso e la speranza è affidata ad una giovane donna di
colore incinta.</p>
<p> La leader del gruppo è Julian (<strong>Julianne Moore</strong>), che a sua volta crede in Theolonius (<strong>Clive Owen</strong>), stralunato protagonista, antieroe investito suo malgrado dal compito ingeneroso di salvare il mondo. Jasper (<strong>Michael Caine</strong>) è una visione hippie che coltiva ganja e ascolta <em>Ruby Tuesday</em>degli Stones in versione Battiato (???), rollando ottimismo nelle
cartine. Tutto il film vive di immagini e sensazioni contrapposte:
l’ironia si mescola alle lacrime, i boschi e le campagne stridono con
alienate oscurità metropolitane, la luce emerge dal buio lottando con
raggi sottili contro il grigio. Vetrate incolori, sottopassaggi lerci,
rifiuti in fiamme e colori seppia nelle aree urbanizzate, e accanto,
alberi che dondolano altissimi sfrondando dolcemente al vento. <br /></p>
<p>E poi scontri a fuoco, polizia senza umanità, messaggi per
scoraggiare l’immigrazione non autorizzata, stranieri disperati messi
in gabbia nella versione degenerata dei Cpt. Il fatidico parto, il
primo da tanti anni, avviene in un tugurio, sul confine dei diseredati,
nell’umido di una stanza buia, con il bue e l’asinello assenti
giustificati. Davanti alla bimba la guerriglia si placa, con un
miracoloso cessate il fuoco sulla scia del vagito. La scena avviene in
un casermone di periferia, simile alle vele di Secondigliano, ammassato
da profughi e disperati che vivono in pochi metri, con giardinetti tra
le macerie, cortili di cemento e galline a razzolare tra scale e
follia. E proprio gli animali popolano in ordine sparso l’intero film,
tracce sparse di una natura che non si piega all’apocalisse: mucche,
galline, cani domestici, pappagalli e una specie di lama che attraversa
il corridoio a Theo.</p>
<p> Forse bisognava partire dalla fine, con Theo, la bambina e la madre in attesa alla boa della mistica nave <em>Tomorrow</em>,
per portare la bimba al progetto umano e coltivare l’ultimo seme di
speranza. Forse bisognava raccontare le onde, quella piccola barca a
remi, la morte e la speranza, perché era più giusto. Ma il film resta
in mente, confonde, lascia quello strano brivido del futuro possibile.
Fortunatamente Alfonso Cuaron non è Nostradamus. Forse. Speriamo. </p>
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