Recensioni

Un percorso molto interessante, quello di Alexis Marshall, partito dal grindcore (As The Sun Sets), poi corroborato con ottime tensioni math-noise (Daughters), e sempre alla ricerca di nuovi campi sonori da esplorare. In quest’ottica, il frontman gioca ora la carta solista per approfondire tematiche che lo hanno spinto su una strada prolifica e in continuo sviluppo.
Dove si era (momentaneamente) fermato con l’album You Won’t Get What You Want dei suoi Daughters, disco di alto livello costruito su avanzate dinamiche post-core riviste in chiave industriale à la Foetus – circostanza che ha fatto emergere ancor più il suo lato espressamente autoriale – Marshall riprende per spingersi oltre. E lo fa lasciando da parte ogni scrupolo con l’aiuto di collaboratori fidati e competenti – il chitarrista dei Daughters Jon Syverson, Evan Patterson (Jaye Jayle, Young Widows) e Kristin Hayter, in arte Lingua Ignota – e nondimeno gestendo il discorso con un reale e sano approccio collaborativo. Un obiettivo intrapreso anche con il supporto del produttore Seth Manchester, di cui ormai conosciamo bene il tocco distintivo e capace di dare il giusto timbro a lavori estremi (non ultimo, l’ottimo I’ve Seen All I Need To See dei Body).
House Of Lull. House Of When, nel particolare, metaforizza la componente hardcore nell’espressione a cuore aperto della frustrazione esistenziale virata in una chiave apocalittica, che si avvale tanto del rumorismo à la Einstürzende Neubauten quanto di elucubrazioni tipicamente neoclassiche. Un baccano che rovista tra maestosi paesaggi cupi per brumose nenie di pianoforte, corrosivi teatralismi weilliani incestati di fraseggi power electronics, inquiete improvvisazioni rumoriste a briglia sciolta, avant-rock tribale che sa di Swans e mantra acidi à la From Here To Eternity che raggiungono dinamiche rituali per vie trasverse, quelle della frustrazione esistenziale esplorata dai Black Flag in poi. Il tutto rigettato fuori tramite uno psicodramma con cui il Nostro si lancia in uno spericolato flusso di coscienza, capace di unire performance corporea e scrittura ermetica con un taglio di grande impatto, ma anche attraversato da rari momenti di ironia cupa: soffre, urla, sussurra, racconta, parla, bisbiglia.
In quel «I’m here» ripetuto ossessivamente nell’apripista Drink From The Oceans. Nothing Can Harm You Marshall rivendica ossessivamente la propria presenza nel presente; scava nell’abisso, dentro e fuori se stesso, marcando con decisione un momento che allude a non volersi fermare qui. In definitiva, va a segno con un lavoro che al netto di qualche margine di miglioramento, colpisce con una schiettezza e un tiro che raggiungono momenti assolutamente esaltanti.
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