Recensioni

Visioni acide in salsa novanta. Echi house. Ritorna prepotentemente il clubbismo sensual/robotico, macchina di desiderio antiedipica della generazione post-techno-trance. La presenza di un marchio italo come quello di Maurizio Dami è un gesto fugace ma intenso, uno strappo della tela house, una prova di forza, un esserci a priori, un segnale che passa attraverso le avvisaglie già prepotentemente annunciate dalla Scuola Furano (sia negli album che in podcast) e da quell’edonista del suono techno di Tomboy: il futuro è già stato. Noi siamo qui a rimasticarlo, a riviverlo eternamente.
Prendete il vocoder infagottato di We Love The Music che più Daft Punk non si può (catapultato nel ricordo utopico di Giorgio), il ricordo balearic post-tendentia di In A Positive Mood, una lacrima di scuola Photekiana in Addio Addio mediata da visioni progressive (questo signori e signore, è il singolo strappalacrime che non tarderà a figurare nel prossimo DJ set di Miss Kittin), il ritorno a una concezione europeista (la soffusissima e ipnotica A Coffee Shop In Rotterdam), il detroitismo 808-303 di Dublin-Florence-Siena e di I’m Getting Lost In My Brain che richiama inevitabilmente il guru Phuture.
Ma non solo ricordi: qui c’è anche il minimalismo krauto di You Are Fesh! (un richiamo alla collaborazione con The Hacker), l’eccessività provocatrice post-rave di My Battery Is Low e un gusto per la melodia che pervade tutto il lavoro del produttore italiano, ormai giunto all’agognata (?) maturità (prendete ad esempio i crescendi onirici dell’incipit Disco Sick). Da consigliare anche a chi non bazzica per discoteche o club. Un lavoro che segna uno standard imbevuto di tutto quello che è successo e che succederà. Un disco house orchestrato con una maestria che fa scuola. Impossibile resistere all’head(/ass) banging(/shaking). Da consumare in qualsiasi party. Grazie Alexander per la colonna sonora dell’estate. A presto, sperando che non sia l’ultimo.
Amazon
