Recensioni

6.4

In libera uscita dai due act più noti in cui è coinvolto (Edward Sharpe & the Magnetic Zeros e Ima Robot), Alexander Ebert si concentra su un cantautorato di matrice lo-fi che affonda le proprie radici nel folk.

Per questo esordio tutto sommato relativo, e comunque per un'etichetta dal peso specifico non piccolo, Alexander abbandona il cognome e come in tutti i dischi eponimi ci si aspetta una specie di album-manifesto. Sul talento di comporre melodie degne di nota c'è poco da discutere, basti l'efficace folk-stomp col fischietto di Truth o il saliscendi in salsa country di In The Twilight. Il problema, semmai, è una certa in-finitezza. Nel senso proprio classico del termine di qualcosa di non finito. Che non riguarda l'estetica lo-fi complessiva, ma l'impressione generale che se Ebert avesse voluto avrebbe potuto levigare ulteriormente le sua composizioni e fare un esordio davvero coi fiocchi.

Questo discorso vale per il mezzo sberleffo dylaniano di Let Make a Deal to Not Make a Deal che poteva essere asciugato nell'arrangiamento, per i cori eccessivi di Bad Bad Love e in generale per le indecisioni su cosa davvero si voglia dire. Ecco, tra un'allusione ai Fleet Foxes, una al Neil Young da corsa all'oro, forse Alexander non ha ancora del tutto chiaro cosa vuol fare da grande. Di certo sa cosa gli piace, ma una poetica personale è qualcosa di più del buon gusto.

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