Recensioni

8.5

Tra il 1958 e il 1960 Ornette Coleman, quasi trentenne texano, saxofonista fuori dal giro che contava, impiegato come lift boy a Los Angeles, pubblicò quattro dischi che definirono di fatto una nuova forma espressiva del jazz. I titoli: Something Else!!!!, Tomorrow Is The Question!, The Shape Of Jazz To Come e Change Of The Century (per inciso, casomai interessasse, quest’ultimo è stato a più riprese definito da Lou Reed come l’album migliore di ogni tempo). Nulla nasce mai dal niente: Ornette elaborò linee di forza, segnali, suggestioni, fermenti già presenti nell’hard bop più evoluto e nel jazz modale del periodo. Soprattutto, fece proprio lo spirito dei tempi: tempi niente affatto facili. Soprattutto se ti era capitato di nascere afroamericano.

Il Civil Rights Act, col quale la segregazione razziale negli U SA fu definita finalmente illegale, divenne esecutivo solo nel 1964 sotto la presidenza Johnson, dopo l’assassinio di JF Kennedy che lo aveva fortemente voluto. Non significò certo la soluzione immediata di tutti i problemi, anzi: di lì a poco sarebbero arrivati l’omicidio di Malcolm X e il Bloody Sunday di Selma, entrambi nel 1965. Ancora nel 1968, l’assassinio del pur moderato Martin Luther King sembrò una miccia fin troppo scientemente accesa per far esplodere irreversibilmente la questione. No, non furono certo anni facili né felici, i Sixties. Un assunto da cui non si può prescindere per ogni discorso sul free jazz. Del quale il poeta, scrittore, critico musicale e attivista Leroy Jones, ribattezzatosi Amiri Baraka, disse: «Il free jazz è la musica fucile, pallottola, aeroplano, la musica contro la società americana». Ecco. Questo è il punto. Se il jazz era “il regalo” dei neri alla cultura americana, con il free jazz la cultura nera voleva strappare l’incarto e mostrarne il cuore vertiginoso. A costo di trasfigurarlo. Anzi: attraverso una scientifica, ostinata, istintiva e tenace trasfigurazione. Nel free jazz persino il nome è rinnegato: come sosteneva del resto Miles Davis, uno che pure al free non ha mai creduto, jazz era il nome che i bianchi avevano dato alla musica nera. I musicisti free jazz quindi preferivano chiamare la propria musica new thing. Diversamente, Albert Ayler sosteneva: «il jazz appartiene a un’altra era, a un altro tempo. Noi suoniamo free music».

Nato a Cleveland nel 1936, Ayler studiò il sax fin da bambino. Cresciuto nel mito di Charlie Parker (guadagnandosi perciò il soprannome di Little Bird), era mosso fin da giovanissimo dall’urgenza di travalicare gli schemi. Era quella, del resto, l’aria che si respirava ai tempi. Tempi terribili e formidabili, di nuove frontiere e nuove cacce alle streghe. Come molti altri musicisti poco convenzionali, fu costretto a emigrare in Europa per sbarcare il lunario: in Svezia, nella fattispecie, dove gli capitò spesso di suonare con Cecil Taylor, pianista dalla visione espansa e sperimentale. Proprio a Copenaghen, Ayler incise il suo album d’esordio, My name Is Albert Ayler, ma per piazzare il colpo che lo impose tra i nomi più importanti del movimento free dovette rientrare negli USA, a New York, dove nell’estate del ’64 registrò Spiritual Unity. Le sessioni avvennero tutte il 10 luglio, e produssero quattro tracce per mezz’ora di durata. Quello che avvenne – che avviene – a partire dal secondo quarantacinque dell’iniziale Ghosts: First Variation, potrebbe essere indicato a rappresentare il paradigma del free jazz tutto: fino a quel momento il contralto di Ayler ha spennellato una melodia pastosa, quasi baldanzosa, a metà tra inno gospel e marcia militare (gli anni passati nell’esercito, membro stabile della banda del reggimento, avevano lasciato il segno), portata avanti con un fervore appena trattenuto. Ma dal quarantacinquesimo secondo tutto si scompagina, si destruttura, si deforma.

Sembra di ascoltare una maschera di cera che si scioglie, e che sciogliendosi scopre un volto misterioso, teso, stranamente familiare. Da lì in avanti il trio sax, contrabbasso (Gary Peacock, già con Bill Evans in Trio 64, poi con Miles Davis e – soprattutto – con Keith Jarrett) e batteria (Sunny Murray, già con Cecil Taylor e Gil Evans), conduce una deriva febbrile sia ritmica che timbrica, dove le particelle melodiche germogliano e si imbizzarriscono disperdendosi, alludendo inneschi riconoscibili che vengono smentiti – stritolati – l’istante successivo. L’improvvisazione, che di ogni musica definibile come jazz è l’essenza, diventa scheletro, struttura, sostanza. Materia e spirito. L’ancor più frenetica The Wizard, la pensosa Spirits e la dilatata, allucinante Ghosts: Second Variation, allargano i confini di questo processo, polverizzano i concetti canonici di struttura, armonia, misura e dinamica: ne restano macerie, sì, ma vive, pulsanti, perché piegate al fluire impetuoso, immediato (non mediato) di emotività e archetipi, di un grande IO carnale e culturale, nient’altro che il codice non codificabile di un popolo che è popolo da prima dei codici, e ha tutta l’intenzione, nel mezzo di quei turbolenti Sixties, di affermarlo (un “say it loud” arcaico, radicale). Vengono in mente le parole di Archie Shepp, sassofonista che da questo disco fu toccato e influenzato in profondità: «la mia musica è funzionale. Io sono musica che parla della mia morte per mano vostra. Io esulto perché vivo vostro malgrado».

Il free jazz – e quello di Ayler in particolare – non voleva essere una demolizione, ma un falò rigenerante. Non una negazione delle forme, ma un’affermazione attraverso le forme. Forme che scorgi balenare subliminali come tessere di un puzzle scientemente mischiato, forme transitorie nella centrifuga attorno al perno umano, a quell’unità spirituale che sarà sempre il cuore della musica di Ayler, anche quando sembrerà rinculare verso l’amato gospel, l’ineludibile blues. Un solco, il suo, cui non mancherà di guardare John Coltrane, inizialmente dubbioso, spiazzato dal free, quindi – spinto anche da Ayler che gli spedì i suoi dischi, tra cui Spiritual Unity – capace di spedire la new thing fino a quote impensabili, a partire dall’incredibile Ascension del 1965. Rispetto al formidabile decollo di Trane, Albert Ayler preferì rimanere ancorato al suolo: la sua dimensione espressiva era energia emotiva, carne spiritualizzata che doveva esprimersi ad altezza d’uomo. Morì nel novembre del 1970, tre anni dopo Coltrane, di quattro più giovane, e destinato a una notorietà nettamente inferiore. Ma è impossibile ancora oggi non avvertirne il fuoco – e quel che resta di un messaggio che non sai bene quanto metabolizzato o dimenticato – ogni volta che ci si avventura in territorio free o, se preferite, impro.

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