Recensioni

Una chitarra elettrica, un’armonica a bocca e un campionamento di Groove Activator di Gota Yashiki (già collaboratore di Sinead O’Connor, Soul II Soul e Simply Red). Sono questi i primi tre suoni che udiamo all’inizio di Jagged Little Pill, l’album spacca-classifiche di Alanis Morissette, pubblicato nel giugno del 1995. Un incipit sonoro che insieme al titolo del brano di apertura – All I Really Want / “Tutto quello che voglio veramente” – costituisce una chiara manifestazione d’intenti da parte della cantante canadese: “quello che state per ascoltare non ha nulla a che vedere con la vecchia ‘Alanis’, questo è quello che voglio veramente, la vera me”.
Ok, wait a minute, chi diavolo è la vecchia Alanis? La maggior parte degli ascoltatori non canadesi probabilmente lo ignora, ma nella discografia di Alanis Morissette si nasconde un oscuro passato dance pop. Originaria di Ottawa, nell’Ontario, Morissette aveva cantato fin da quando era bambina: in particolare, a tre anni aveva già imparato a memoria la colonna sonora di Grease e sviluppato una vera e propria ossessione infantile per la cantante protagonista del film, Olivia Newton-John. Nel giro di poco, era diventata lei stessa una sorta di teen-age idol del pop adolescenziale canadese. Incoraggiata dai genitori – e aiutata da alcuni mestieranti del luogo (Lindsay Morgan, Stephan Klovan e Leslie Howe) – si era esibita in ogni dove: centri commerciali, eventi sportivi, talent show e altri programmi televisivi. Tra i 17 e i 18 anni aveva pubblicato – tramite MCA – non uno, ma ben due album: l’omonimo Alanis (1991) e il successivo Now Is The Time (1992), rispettivamente un successo e un fallimento: un’intera parabola artistica nel giro di soli due dischi, entrambi “spariti” dalla circolazione, ma ancora reperibili per vie traverse.
Ben presto, la giovane popstar si era resa conto di come l’industria discografica la stesse manipolando e sessualizzando, approfittandosi purtroppo anche in modo abusivo della sua giovane età. Crescendo, Morissette decise che non voleva più essere la ragazzina provocante che sculettava coi capelli al vento nel video di Too Hot, ma una giovane donna con un intero universo di traumi interiori da scandagliare e condividere con gli altri in maniera auto-terapeutica. Solo che ancora non aveva capito bene come farlo e del resto era a malapena maggiorenne. Inizia così un percorso di scavo interiore alla ricerca di sé stessa e della propria arte. Il primo passo è il trasferimento a Toronto, dove – su suggerimento del suo nuovo impresario Scott Welch (che la spinge anche a migrare verso il rock) – entra a far parte di Songworks, un collettivo di musicisti e cantautori nato con lo scopo di condividere idee musicali.
Lì, grazie all’aiuto di due mentori (Terry Sawchuk e Tim Thorney) comincia ad affinare il suo songwriting, sebbene nessuna delle canzoni scritte durante quella esperienza abbia mai visto la luce finora. Per approdare alle canzoni di Jagged Little Pill sarà necessario un ulteriore incontro – stavolta decisivo – col musicista Glen Ballard, di stanza a Los Angeles e già affermato nel panorama pop per aver lavorato con Michael Jackson e Paula Abdul. Insieme a lui, Morissette scriverà tutte le canzoni del suo nuovo album. Tra i due scocca, infatti, una scintilla magica che li porta a trasformare quasi ogni loro conversazione privata in una canzone: ogni brano, in pratica, nasce come una sorta di seduta di psicoterapia tra amici intimi, messa in musica e resa pubblica. Entrambi hanno raccontato che le canzoni sembravano quasi scriversi da sole, con Ballard che strimpellava qualcosa alla chitarra e Morissette che provava a cantarci sopra i suoi appunti di testo: autenticità e spontaneità sono quindi le due parole chiave dell’album, grazie alle quali vennero incise la bellezza di 20 canzoni in 20 sessioni.
Tra queste verranno poi selezionate le 13 gemme del disco (ghost track a cappella inclusa), tutte imprescindibili, o come si suol dire all killer no filler. Non a caso, dal disco verranno estratti ben sei singoli di successo (You Oughta Know, Hand in My Pocket, Ironic, You Learn, Head Over Feet e All I Really Want), ma avrebbero potuto essere anche di più. Per essere chiari: stiamo parlando del secondo disco più venduto degli anni ’90 e del 10° più venduto al mondo, con un totale dichiarato di circa 33 milioni di copie. Per una ragazza di 21 anni, affacciatasi per la prima volta sul panorama rock alternativo, si tratta di un risultato sorprendente, considerato anche il sessismo di un ambiente storicamente ostile al genere femminile. L’associazione del “rock” col “maschile” e del “pop” col “femminile” non è certo storia di oggi: la dicotomia “Rock Maschile” – percepito come autentico e impegnato – Vs “Pop Femminile” – visto come artificiale e frivolo – è stata indagata da vari studiosi, tra cui Simon Frith, Mavis Bayton e Norma Coates. Per queste ragioni, all’inizio, Morissette fece molta fatica a trovare un’etichetta discografica che la prendesse sul serio, un’esperienza così mortificante da essere rielaborata poi nel brano di rivalsa Right Through You (“mi hai preso per uno scherzo / mi hai preso per una ragazzina / hai dato una lunga occhiata al mio culo”).
Molti dirigenti volevano cambiare le sue canzoni e il suo aspetto nella speranza di creare un prodotto più commerciale: “troppo diretto, troppo urgente, troppo emotivo”, queste le motivazioni ufficiali dei vari rifiuti. Alla fine, sarà la Maverick di Madonna a offrirle un contratto, ma solo dopo un’esibizione live a porte chiuse, davanti al presidente dell’etichetta, Freddy DeMann, e al direttore generale, Abby Konowitch. A convincerli era stato Guy Oseary, giovane talent scout rimasto folgorato dal primo demo di Perfect. Pur non essendo mai uscita come singolo, si tratta di una ballata che possiamo prendere come archetipo dell’album per svariate ragioni. Innanzitutto, è stata una delle prime canzoni del disco ad essere stata scritta ed è quindi una di quelle che ha in qualche modo illuminato la nuova via alla cantante.
Il suo nuovo modo di scrivere canzoni con un tono estremamente confidenziale e confessionale sembrava seguire la scia di un’altra grande artista canadese – Joni Mitchell – e in particolare del suo album Blue, che si apriva con un brano intitolato All I Want. Al titolo di apertura di Jagged Little Pill, Morissette aveva aggiunto un “really”, ma la “reference” appare fin troppo evidente. Blue è una stella polare che Alanis Morissette ha tenuto ben presente nelle sue liriche, mettendo in campo la stessa sconcertante disanima di crimini amorosi, raccontati in qualità di vittima o di carnefice di vari amanti (da James Taylor a Graham Nash per Mitchell, da Dave Coulier a Ryan Reynolds per Morissette). Entrambe le cantautrici hanno fornito una radiografia dei propri sentimenti e delle proprie emozioni in purezza, senza applicare alcun tipo di filtro. Il risultato finale dei due dischi è la più totale, disarmante e completa messa a nudo di sé, epurata da qualsiasi forma di vergogna. Come ha dichiarato la stessa Morissette: “c’è un certo aspetto delle [mie] canzoni che è molto confessionale, molto non adulterato. C’erano cose che potevo dire attraverso le canzoni che non potevo verbalizzare in nessun altro modo”.
L’esempio più eclatante è You Oughta Know, il primo singolo trainante del disco, con Dave Navarro alla chitarra e Flea al basso, in prestito dai Red Hot Chili Peppers. Qui Morissette parla apertamente di fellatio al cinema e rivincite sessuali di vario tipo (Pensi a me quando scopi con lei? E ogni volta che pronunci il suo nome, lei lo sa che m’avevi detto che m’avresti tenuto tra le tue braccia fino alla morte? Ma tu sei ancora vivo! E ogni volta che graffio la schiena di qualcun altro con le mie unghie, spero che tu lo senta / allora, lo senti?). Questa veemenza verbale sarà la sua croce e delizia: da un lato avrà forte presa sul pubblico giovanile, altrettanto ribelle e incazzato, trasformandola in una sorta di alter ego femminile di Kurt Cobain; dall’altro, tutta questa rabbia sarà presa da buona parte della critica come esempio per descrivere – e appiattire unicamente su questo – il mood dell’intero album. Per la stampa Morissette divenne immediatamente la quintessenza della “donna bianca arrabbiata”, come fu soprannominata sulla copertina di Rolling Stone nel novembre del 1995. Un filone stereotipato in cui negli anni ’90 si fecero rientrare anche altre artiste, come PJ Harvey, Courtney Love, Liz Phair, Tori Amos e tantissime altre.

Ma le cose erano naturalmente molto più complesse di così. Al di là della rabbia, le canzoni di Jagged Little Pill coprono uno spettro di emozioni molto più ampio, in cui milioni di persone si sono riconosciute, una lunga lista di stati d’animo da cui emergono in maniera evidente ansia, paura, dolore psichico, delusione, sconforto e vulnerabilità (vedi All I Really Want, Perfect, Mary Jane, Forgiven, Not The Doctor e Your House), ma anche orgoglio, gioia, pace interiore e speranza (vedi Right Through You, Head Over Feet, Ironic, Hand In My Pocket e You Learn). Un binarismo emotivo che appare evidente anche dalla copertina del disco, raffigurante due immagini del volto di Alanis, uno rivolto verso l’alto, baciato da una luce rossa fiammeggiante a sottolinearne lo spirito fiero e battagliero, e l’altro rivolto verso il basso con striature di luce verde e un aspetto più calmo e pensoso.
Focalizzandosi soltanto sulla rabbia, la stampa dell’epoca ha spesso sminuito l’intensità emotiva e la complessità tematica del disco, che non è semplicemente un break-up album, ma il tortuoso coming of age di una giovane donna che si fa strada nell’industria musicale e nella vita, tra sessismo, abusi, disturbi alimentari, ansia da prestazione e violenza coniugale. Quella che viene mostrata in Perfect, ad esempio, non è una “banale” rottura sentimentale o la vendetta sessuale di una pazza isterica, come è stata fin troppe volte “descritta” la musica di JLP, ma qualcosa di molto più profondo. Dopo aver abbandonato la sua città d’origine, Morissette aveva iniziato a soffrire di attacchi di panico. A scatenali fu un’aggressione a mano armata, ma – come ha spiegato la stessa artista – la vera ragione era legata alla paura di deludere le aspettative. Una cosa di cui aveva sofferto fin da bambina, quando si era ritrovata a subire le pressioni della famiglia, della casa discografica e dei fan nel tentativo impossibile d’incarnare l’ideale della popstar adolescente perfetta, immacolata e felice.
Il testo di Perfect parla proprio di questo, dei genitori che riversano sulla prole le loro ambizioni frustrate e di quanto quest’atteggiamento possa segnare in modo indelebile la vita dei figli: We’ll love you just the way you are / If you’re perfect – Ti ameremo così come sei / Se sarai perfetto. Morissette coglie l’occasione per sottolineare le differenze educative di genere, vissute sulla propria pelle: Il cambiamento lirico da “be a good boy” a “be a good girl” tra il primo e il secondo ritornello, abbinato a un cambio di tono della voce, marca questa differenza, mettendo in evidenza come spesso ci sia una maggiore accondiscendenza nei confronti dei maschi e una durezza più spietata nei confronti delle femmine. Tralasciando la logica binaria figlia del suo tempo, la stessa cosa si ripete anche in Forgiven, dove vengono esplorate le costrizioni educative impartite dalla religione, generalmente più severe nei confronti delle donne. È interessante notare come le canzoni di JLP tentino quindi di affrontare tematiche femministe in maniera soft-mainstream. Se dal punto di vista sonoro l’album si configura come un perfetto mix di post-grunge – nelle sue dinamiche di alternanza quiet/loud – e indie-rock – con ascendenze folk-pop nelle sue ballate più delicate – dal punto di vista delle tematiche, l’influenza più evidente sembra essere legata all’esperienza delle riot grrrl e alle loro rivendicazioni. La studiosa femminista Anita Harris ha notato come le riot grrrl abbiano sfidato le etichette sociali che distinguevano le “brave ragazze” dalle “cattive ragazze” in base alla loro conformità (o meno) alle norme sociali, cosa che ha evidentemente fatto anche Alanis Morissette, seppur in maniera meno estrema, ma al tempo stesso, proprio per questo, più capillare.
Altro aspetto ben evidente in Perfect è l’uso particolare della voce di Morissette, generalmente posta in primo piano nel mix stereo – con effetti di studio minimi – in modo da conferirle una qualità più naturale possibile e quasi colloquiale. Dal punto di vista tecnico l’effetto è stato raggiunto registrando la voce con un vecchio microfono AKG C-12 del 1954, un modello che poi sarebbe diventato ufficialmente “il suo microfono”, dal quale Morissette, tra l’altro, doveva tenersi sempre a una distanza superiore alla media per via della potenza naturale della sua emissione vocale.
Il suono vocale di Morissette in JLP è stato analizzato da diversi studiosi e rappresenta senza dubbio l’aspetto saliente del disco. Il compositore e studioso di musica pop britannico Patrick Dailly ha osservato, ad esempio, come in tutto l’album siano molti frequenti i passaggi dalla voce di petto (il registro più basso che risuona nella cassa toracica) alla voce di testa (il registro più alto che risuona nel cranio), interpretandoli come un potenziale “conflitto” tra la sensazione di impotenza (voce di testa) e la ricerca di controllo (voce di petto). Più in generale, Morissette utilizza tutta una serie di tecniche vocali e variazioni di registro strategiche per esprimere diversi aspetti della sua personalità e associare un testo, un verso o una strofa a una certa risposta emotiva. Di volta in volta, sentiamo la sua voce gemere, scricchiolare, sussurrare, parlare, ridere, ansimare. Nessuna di queste scelte è casuale. Senza entrare troppo nei tecnicismi, Drew Nobile ha individuato ben sei stili vocali diversi, ognuno dei quali viene utilizzato da Morissette per conferire una sfumatura di significato differente.
C’è il “canto parlato” di All I Really Want, che insieme all’uso del “twang” conferisce al brano una sfumatura “country” più dolente; e c’è la “voce modale”, priva di enfasi, di Head Over Feet, che rappresenta invece un modo di cantare più neutro, destinato ad essere percepito come più puro e sincero. La canzone è infatti l’unica a descrivere come dovrebbe essere un amore non tossico. Altro fenomeno vocale interessante è il cosiddetto “belting”, ovvero l’uso improvviso della voce di petto dove sarebbe stato molto più naturale usare la voce di testa. Si tratta di una tecnica che M. usa soprattutto nei ritornelli più duri, per esprimere la sua famosa rabbia, tanto “decantata” dalla stampa, come nel ritornello di You Oughta Know e di Forgiven.
Altre tecniche sono rappresentate dallo “squeal”, ovvero la “voce stridula”, usata per esprimere dolore e smorfie di sofferenza, come ad esempio nel bridge di Perfect – What’s the problem? Why are you crying? strilla Morissette nel ruolo del genitore che emula il capriccio di un bambino; oppure, ancora, lo “yodel break”, tipico di Dolores O’Riordan: non uno stile vocale vero e proprio, ma più un’espressione paralinguistica che Morissette inserisce spesso sull’ultima parola del verso. I suoi yodel break consistono in un improvviso passaggio dalla voce di petto alla voce di testa su una vocale neutra, producendo un effetto che sembra un incrocio tra lo jodel, un sospiro e un pianto. Karen Fournier, nel suo saggio The Words and Music of Alanis Morissette, ha notato come tutto Jagged Little Pill sia pieno zeppo di esempi riconducibili alle cosiddette “icone del pianto”, individuate dall’antropologo Greg Urban nel suo studio sul pianto rituale, come ad esempio l’inspirazione vocale, il falsetto vocale e la “voce scricchiolante”.
Tutta questa ricchezza espressiva non fa altro che confermare quanto l’attenzione sproporzionata, prestata in passato dalla stampa popolare nei confronti della “rabbia” del disco alla fine abbia sfrondato la complessità di questo lavoro, troppo spesso liquidato in maniera sessista e approssimativa come lo sfogo di un’ex popstar finta-ribelle e sessualmente frustrata. Il trattamento generale riservato all’album è stato spesso di sufficienza e snobismo, mentre quello inflitto all’altro singolo madre – Ironic – ha addirittura sfiorato il ridicolo con accuse di malapropismo semantico che si sono trascinate nel corso degli anni: come scrisse l’Atlantic, a un certo punto sembrava che il concetto di ironia fosse stato “descritto da Socrate, animato da Shakespeare e O. Henry e ucciso da una hit radiofonica del 1995”. Basta fare qualche ricerca in rete per accorgersi che non esiste un album così importante che abbia così poche recensioni da parte della critica seria e impegnata. Isn’t it Ironic? No, e per una volta siamo tutti d’accordo. Fortunatamente, col tempo l’importanza del disco è stata riconosciuta – anche da voci autorevoli come quella di Hanif Abdurraqib sul New York Times – tanto da essere stato trasformato persino in uno spettacolo teatrale di Broadway, scritto da Diablo Cody, vincitore di due Tony Awards e di un Grammy nella categoria “Best Musical Theater Album”.
JLP oggi è considerato un disco che ha fatto scuola, aprendo la strada a diverse artiste femminili, che di lì a breve avrebbero sfondato come leader di rock-band di successo; due nomi su tutti: Gwen Stefani dei No Doubt e Shirley Manson dei Garbage. Ma in realtà l’onda lunga dell’influenza di Alanis Morissette si potrebbe estendere fino al successo globale di Taylor Swift.
Prima ancora che Matrix ci chiedesse di scegliere tra la pillola rossa e la pillola blu, o che la cosa degenerasse nel fenomeno odierno dei redpillatori, a metà degli anni ’90 c’era un’unica pillola da prendere per scoprire l’altra metà rock del cielo ed era la “piccola pillola frastagliata” confezionata da Alanis Morissette.
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