Recensioni

7.8

Nel 1976, il ventottenne Alan Parsons, prima di decidere di farsi avanti come autore, era già un’istituzione nel campo della popular music. Negli anni in cui la figura del produttore comincia ad imporre all’attenzione del pubblico il suo ruolo decisivo e determinante non solo riguardo all’aspetto tecnico, ma anche creativo, dei prodotti discografici, Parsons ha già un bagaglio di esperienze invidiabile. Trovato il suo alter ego creativo in Eric Woolfson, musicista dilettante ma con qualche esperienza come compositore legata agli anni del beat, il gioco è fatto: nasce la prima band di non musicisti della storia del rock. The Alan Parsons Project è un collettivo di musicisti scelti in base alle composizioni e con un’orchestra sempre presente, diretta da Andrew Powell.

L’idea di esordire con un concept album basato sui racconti di Edgar Allan Poe deve aver spaventato un po’ la critica e creato aspettative che hanno condizionato l’accoglienza dell’album, a dire la verità un po’ freddina. Con il senno di poi, che permette di analizzare le opere in relazione al percorso successivo (e talvolta completo) degli artisti, ci mostra invece un lavoro premonitore, anticipatore di quelle soluzioni musicali che avrebbero fatto la fortuna del Parsons musicista nel decennio successivo. Deve essersene accorto anche lo stesso autore, altrimenti non si spiegherebbe il motivo del ritorno in studio, undici anni più tardi, per remixare tutto l’album ed aggiungere la voce recitante di Orson Welles, curiosamente esclusa dalla prima edizione. Un evidente gesto di considerazione verso un album che, guardato dall’alto, sta esattamente tra i pesanti arrangiamenti orchestrali di Atom Earth Mother dei Pink Floyd e la svolta synth pop.

Sebbene i moog e i sintetizzatori siano lontani dal ruolo predominante che avranno negli anni a venire, lo stile è già orientato verso la direzione futura. Nell’arpeggio di chitarra dell’iniziale A Dream Within A Dream ci sono già, in embrione, le atmosfere di Sirius, così come nella voce filtrata dal vocoder di The Raven (stando a quanto si dice, la prima canzone pop-rock ad utilizzare questo effetto) si intravvedono già le sperimentazioni “robotiche” di Pyramid e I Robot. La prima parte dell’album è tutta incentrata su un pop-rock tanto leggero ed essenziale nella struttura quanto pesante e barocco negli arrangiamenti, in cui l’orchestra si mescola a strumenti elettronici ed elettroacustici, sfociando, in alcuni casi, in interessanti contrappunti classicheggianti (A Cask Of Amontillado), altre volte in più semplici episodi blues rock (The Tall Tale Heart e il singolo (The System Of) Doctor Tarr And Professor Fether).

Completamente diversa la seconda parte del disco: The Fall Of The House Of Usher pesa, nel contesto dell’album, almeno quanto tutti gli altri pezzi messi insieme, e non solo per i suoi 15 minuti di durata. Qui le singole parti della suite, forma tanto in voga nel progressive in quanto riferimento alle strutture ampie della musica “classica”, sono utilizzate in una logica di sviluppo progressivo della tensione attraverso la trasformazione continua dell’organico strumentale. Il preludio è affidato all’orchestra, che rielabora alcuni estratti dell’omonima opera di Debussy basata sul racconto di Poe. La tensione aumenta quando il temporale (II. Arrival) accompagna l’arrivo dell’ospite nella macabra casa e l’ingresso di batteria, basso, chitarre e tastiere, che si proiettano in un prog decisamente pinkfloydiano.

Dopo questo crescendo di emozioni intense e spaventose, To One In Paradise segna una dolce distensione, forse eccessivamente stucchevole nell’orchestrazione, ma dolce e incantevole come la fine di un incubo.

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