Recensioni

Il suono è sfavillante, luccicante, la produzione grandiosa, le canzoni suonano splendenti, più si alza e più danno soddisfazione, e i vicini non si lamenteranno, nonostante il volume e la quota di rumore, probabilmente più consistente che in qualsiasi altro disco del combo.
Sub Verses si prende una spazialità più grande rispetto ai dischi precedenti, già dalle prime mosse (No-Room). Ma già ascoltando Way Up ci si rende conto che non era mai successo che gli Akron/Family somigliassero così tanto a Animal Collective, quelli altrettanti lucidati e meno radicali di Merriwheater…. E va detto che più si assomigliano, questi due gruppi, meno ci convincono. Si fanno suono consolidato, naturale conseguenza dell’essere stati coloro che meglio hanno consolidato o rappresentato la possibilità di un’idea di band odierna e credibile negli ultimi quindici anni. C’è caso che tutti i discorsi sul rock collettivo non siano altro che questo, trovare un’altra via possibile alla band, in un momento non tanto di individualismo ma in cui la cultura del progetto musicale è più consistente di quella che segue tradizionali percorsi di band stabili.
I due gruppi – soprattutto Animal Collective per gli intrecci con momenti solisti dei protagonisti, ma anche Akron/Family per la vexata questio sull’uscita dal gruppo di Ryan Vanderhoof, che se ne va per seguire fronti che erano parimenti legati allo stesso mondo post-hippie – generavano un’etica del comune, della comune, della comunità, e oggi danno il segno di quanto forse siamo già oltre l’aderenza al reale di questa modalità di interpretare l’opzione etica comunitaria.
Senza andare all’essenza della condivisione, senza farla toccare con mano (auricolare), Akron/Family possono oggi allestire un discorso attorno all’essere parte di un collettivo. Amplificano l’effetto, creano stupore – esattamente come faceva Merriwheater Post Pavilion – lo fanno con qualità altissima, di fioretto, ma con meno anima (Sand Time).
Se c’è innovazione qui non è nella composizione, ma nell’arrangiamento: in Sometimes I ci sono i violini, e Holy Boredom è forse la più rumorosa della carriera, fa venire in mente quando erano una buona parte di Angels Of Light con Gira – con il quale hanno ripreso il discorso collaborando a The Seer.
Ciò che prima era giocoso ora è metodo. Di Akron/Family amavamo il potenziale improvvisativo, vale a dire la capacità di far presagire dietro a ogni canzone uno svolazzo di pura intuizione reciproca, di capirsi e saper prendere la tangente. Questo approccio in Sub Verse è residuale (Whole World Is Watching), e quando si presenta all’appello torna a scaldarci, così come quando fuori dallo sfavillio riemerge il folk dei primi passi (nomen omen nel titolo di When I Was Young). Quel calore è autentico, ma non fa che raffreddare ulteriormente ciò da cui è attorniato.
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