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Considerato il caotico groviglio di produzioni ambient e drone oriented dell’ultima decade, con le decine e decine di progetti nati e morti nel giro di un biennio, un anno, un semestre, riuscire a stabilire un trademark stilistico riconoscibile non era e non è impresa facile. Aidan Baker significa soprattutto chitarra “trattata“. Il suo stile lo riconosci subito in mezzo a mille, per l’abilità nel creare uno spazio liquido, diafano, dall’umore cangiante e in costante divenire. Aneira, termine gaelico che significa “neve”, è una piece di quarantacinque minuti creata partendo da una dodici corde e poi successivamente corretta elettronicamente.

Siamo vicini all’idea di isolazionismo gelido della Glacial Movements, etichetta italiana dal fascino old school che di volta in volta interroga il meglio della comunità ambient sui concetti di gelo, ghiaccio, freddo e quindi sul brivido esistenziale dell’uomo solo in mezzo a un nulla bianco che annichilisce, secondo un’idea di “fine della terra” la cui letteratura è vecchia quanto l’uomo. L’Aneira di Baker è soprattutto la rappresentazione sonora di un blocco di ghiaccio in lento divenire che viene frustato da turbini di tempesta. Il movimento musicale che ne consegue è quindi rumoroso, mosso, agitato, secondo canoni solo talvolta espressi dal canadese, se non si prendono in considerazione i progetti collaterali.

C’è qualcosa della weltanschauung heckeriana del Radio Amor nel modo in cui le singole tracce vengono intessute nello spesso bordone centrale. L’ultimo movimento vira su territori pastorali sulla scorta di un arpeggio lirico che si apre un varco nella bufera e stempera non poco l’angosciata tenebra della messa in scena. Pur essendo distanti da capolavori come Oneiromancer e Dog Fox Gone To Ground, inserito nel più vasto mosaico della Glacial Movements, il fascino dell’operazione appare evidente.

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