Recensioni
Dovessimo vederla da un punto di vista sociologico, potremmo concludere che l’operazione Hai paura del buio? Remastered & Reloaded e, in particolare, il tour di supporto alla nuova edizione del disco culto degli Afterhours (anno di pubblicazione: 1997), è un case study piuttosto interessante. Se la ristampa dell’album si inserisce con dignità nell’ormai saturo mercato dei remaster per “feticisti” – ennesima porzione di coda lunga andersoniana da spremere in tempi di crisi di vendita del supporto discografico -, i concerti relativi assumono un ruolo tutto particolare.
Premessa: chi assisterà ad una data live di questo tour degli Afterhours si troverà davanti una sorta di teatro dei bei tempi andati, con strumentazione e suoni dell’epoca minuziosamente riproposti, scaletta che segue pedissequamente la tracklist del disco, abiti di scena risalenti al tour dell’Hai Paura del buio? originale. Questo per dire che le nostalgie da collezionisti legate da sempre al prodotto disco – e ultimamente rappresentate dal fenomeno delle ristampe deluxe, collettori di materiale iconografico e audio esclusivo finalizzati a documentare ma anche a far sentire il fan parte integrante della “famiglia-band” – questa volta coinvolgono anche la sfera esperienziale dello spettatore. Tanto che sembra quasi che il tour stesso altro non sia se non l’ennesima declinazione/opzione (che si unisce ai diversi formati in cui le ristampe fisiche del disco sono state messe sul mercato) tra cui scegliere per poter godere dell’effetto “amarcord”. Un cavallo sicuro su cui scommettere, insomma, e infatti la data al Velvet di Rimini è sold out.
Per ottenere questo risultato la band fa quello che non ha mai fatto in passato, ovvero sospendere il giudizio e farsi da parte. Al centro del discorso non c’è più il significato profondo della musica, la sua sostanza, bensì la performance e chi la osserva. Tutto, nel concerto che abbiamo visto, ha avuto a che fare col gratificare il pubblico (va da sé, senza sputtanamenti da nazional-popolare e con una professionalità impeccabile), quest’ultimo evidentemente solleticato dall’avere a disposizione una macchina organizzativa pronta a dar sostanza ad ogni sua nostalgia adolescenziale: i completi in stile anni Settanta con cui gli Afterhours si sono presentati sul palco, le maschere inquietanti dei personaggi Disney indossate durante Terroswing, i suoni-replica che arrivano dalle casse, tutto è strappato a forza da quel 1997 e dato in pasto agli astanti. Compresi gli abiti da “bambine cattive” che la band indossa nel primo bis per suonare (dal predecessore di Hai Paura del buio?, Germi) Plastilina, Siete proprio dei pulcini e Germi, e che estendono così le aspirazioni filologiche anche oltre il lasso temporale definito dal “contratto”.
Niente di scandaloso, ci mancherebbe: tutto era già chiaro prima di partire; tanto più che la band del 2014 è assai più tecnica e preparata di quella del 1997, e questo è un valore aggiunto non da poco. Eppure c’è un “però”: riproporre quell’immaginario in questi termini, declassarlo a finzione narrativa, significa svuotarlo dalla valenza ideologica che aveva all’epoca, quando gli Afterhours venivano percepiti come un gruppo destabilizzante e irriverente anche in virtù dell’immagine che facevano filtrare. E in parte significa anche defraudare gli Afterhours di oggi di quella porzione di biografia, riducendoli a semplici intrattenitori glaciali capaci di giocare a carte col proprio passato.
Certo, a stemperare il tutto ci sono l’ironia di fondo – per fortuna si vede – e l’esigenza di voler far vivere ai nuovi fan un periodo che molti di loro non conoscono nemmeno. Comprensibile e sensato. Eppure ci perdonerete se la parte di concerto che abbiamo preferito è stata quella dal secondo bis in avanti, quando cioè la band ha eseguito brani tratti dall’ultimo disco Padania (citiamo a memoria la title track, Spreca una vita, Costruire per distruggere) abbandonando i panni dei semplici performer per abbracciare quelli dei musicisti. In quell’occasione ci è sembrato di (o abbiamo voluto) cogliere vero entusiasmo negli sguardi di chi suonava, come se Agnelli e soci, fino a quel punto, avessero mal convissuto con il mettere in mostra un passato – per quanto glorioso e a suo modo storico – che non li rappresenta più, invece di dar spazio a un presente in cui si riconoscono in pieno. E questa, lasciatecelo dire, è una gran bella notizia.
Amazon
