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7.5

After Silkworm è un progetto importante e speriamo faccia anche da catalizzatore nel lungo e lento cammino verso la definizione di una scena credibile di produttori italiani. Diciassette remix a partire dai sette pezzi dell’EP Silkworm (7.0/10), materiali già ottimi che qui vengono completamente trasfigurati/ricreati ed esplodono in tutte le direzioni, sancendo il riconoscimento della qualità del prodotto e l’interesse in generale per le produzioni nostrane da parte degli addetti ai lavori fuori confine. Il primo passo per riconoscerci è essere riconosciuti dagli altri? E’ un’interpretazione possibile.

Quattordici dei diciassette remixer al servizio di Planet Soap (duo di producer dalla provincia di Monza) sono stranieri: russi, francesi, olandesi, tedeschi, americani, giapponesi. Le produzioni sono tutte cesellate e d’impatto – la qualità è altissima – e descrivono analiticamente quella che in sintesi possiamo definire una koiné elettronico-produttiva che deve tanto dall’hip hop quanto alle mutazioni della lingua madre electro, con tutte le possibili emanazioni/filiazioni.

Su una base comune allora che è quest’ibrido bipolare wonky/step (e che ritroviamo particolarmente “puro” nell’asciuttissimo pezzo a firma di Harrison Blakoldman, il secondo della tracklist), si impone di volta in volta come un’essenza diversa (che sia un genere, una scelta timbrica, un’atmosfera) a determinare l’aroma, il sapore, la consistenza persino di ciascuna traccia: spacey (diversamente declinato da UXO, Miqi O., Kay Tee, Pixelord, Demokracy), noise/effettistica industrial-postfidget (+verb, Damscary, Moa Pillar), electro-funk & dintorni (B-Ju) e ancora tech-house (Coco Bryce, 3 Is A Crowd), electro-dancehall (Moresounds, DZA), praticamente footwork (Apes On Tapes), mutazioni tribal (Halp, BD1982), fino al Dilla elettronico di casa Planet Soap (la conclusiva title track). Goduria. E tutta una scena che ribolle e sta per uscire fuori dal pentolone.

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