Recensioni
Quarantaquattro anni di onorata carriera, per gli Aerosmith: graffi, cicatrici, successi e medaglie sfoderati con maestria e mestiere all’Arena di Rho, nell’unica tappa italiana del Let Rock Rule Tour 2014. Un sold out annunciato. Nonostante gli evidenti limiti della location e le bizze di Giove Pluvio che ha inondato la mattinata meneghina, mercoledì sera il gruppo di Boston ha messo tutti d’accordo. Una vittoria d’esperienza. I Nostri hanno dimostrato di averne viste di tutti i colori nel corso delle loro Nine Lives (parafrasando il titolo di un disco pubblicato nel 1997) e di essere usciti indenni da litigi, bisbocce e abitudini poco salutari, stravizi clamorosi che avrebbero – e a conti fatti lo hanno fatto – messo al tappeto molti colleghi del music business. D’altronde l’appellativo Toxic Twins non è frutto del caso.
Ad aprire la manifestazione, un vero e proprio festival: i The Treatment, formazione britannica già spalla per Kiss, Mötley Crue, Thin Lizzy e Alice Cooper. A seguire l’esibizione dei Walking Papers dell’ex Guns & Roses, Duff McKagan, e gli Extreme, protagonisti di un buon set elettrico, ma apprezzato soprattutto per la loro More Than Words, la più classica delle hit in chiave acustica. Qualche problema tecnico non è riuscito a inficiare la performance degli Alter Bridge di Myles Kennedy e Mark Tremonti, che hanno scaldato il pubblico con un set tirato ed energico in cui la sola Blackbird ha rallentato i giri di una macchina che andava a mille all’ora.
Verso le 22:00 circa, con un fisiologico ritardo accademico, si spengono le luci e parte l’intro vocale di Music From Another Dimension!, il ritorno discografico dopo circa 10 anni di silenzio. Tyler e compagni sono in forma e la tirata Mama Kin ne è la prova. Ancora energia in Eat The Rich e Love in An Elevator, accolta dal boato del pubblico. Il primo brano dell’ultima fatica in studio è Oh Yeah, opaco rock old school archiviato in fretta dal gruppo. Cryin’ – uscita su Get a Grip nel 1993 – con l’immancabile armonica di Tyler (indiscusso animale da palcoscenico), è l’ennesimo tributo alla loro rinascita dopo l’abisso di ispirazione degli Ottanta, gli anni bui per la band bostoniana. Livin’on the Edge viene dilatata quanto basta, mentre Same Old Song e Dance e Last Child, asciutte ed essenziali, sono lì a testimoniare il grande amore dei Nostri per il blues e l’hard rock. Anticipata da Rats In The Cellar arriva la ballad I Don’t Want to Miss a Thing, originariamente inserita nella colonna sonora del blockbuster con Bruce Willis, Armageddon. Dal vivo è un karaoke collettivo.
Portata a casa anche No More No More, arriva Come Together, cover dei Beatles. Mentre Joe Perry macina riff su riff (qualche piccola sbavatura c’è stata, ma mascherata con esperienza) e non lesina pose plastiche per la gioia dei fotografi presenti, Tyler non sta fermo un secondo, alla faccia delle sue 66 primavere. C’è anche spazio per Perry dietro al microfono in Freedom Fighter: mentre viene suonato il nuovo pezzo, senza particolare appeal sulla platea, sul maxischermo viene proiettato un video realizzato nel pomeriggio, in cui il chitarrista di Boston suona in piazza Duomo, clamorosamente ignorato dai presenti. Un siparietto tanto divertente quanto fine a se stesso. Dude (Looks Like a Lady) è l’ennesimo plebiscito, poi arriva l’immortale riff di Walk This Way e sul più bello Tyler saluta i presenti. Qualche istante nel backstage e riappare il frontman avvolto in una bandiera italiana, “customizzata” con i profili della band, e si siede al pianoforte (bianco). Qualche verso di Angel e poi parte Dream On. Voce e piano. Poco dopo subentrano tutti i musicisti. Per la gloria e – ancora una volta a favore di fotografi – il solo di chitarra ad opera di Joe Perry sopra al pianoforte. A chiudere una setlist quasi perfetta, arriva il giro di basso di Tom Hamilton, intro per la sempiterna Sweet Emotion. Poco meno di due ore per certificare lo stato di grazia degli Aerosmith.
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