Recensioni

Adriano Modica non è mai stato un musicista ortodosso. Dischi come Annanna, Il fantasma ha paura e La sedia hanno dimostrato negli anni che quello che altri interpreterebbero come semplice “cantautorato”, per Modica diventa un atto creativo imprevedibile e sorprendente, in cui mescolare una psichedelia col gusto del non detto, un pop inquieto e trasversale, suoni senza troppe laccature ma a loro modo elegantissimi. È il punto di vista la chiave di tutto: nei suoi dischi Modica colleziona quadri pieni di dettagli in cui l’armonia dei colori è in realtà il risultato di uno sguardo originalissimo sulla materia.
Prendete un brano come La memoria dell’acqua, roba che farebbe invidia a uno come Max Gazzé: c’è una tale perfezione nella melodia e un tale equilibrio negli arrangiamenti, che già al secondo ascolto non riesci più a togliertela dalla testa. Eppure appena sotto la superficie della musica e nei testi cogli un senso di inquietudine che parla una lingua diversa. E che dire di una Ego a chiocciola che tra synth e basi techno ricorda i Bluvertigo “di mezzo”, per poi piazzarti sotto il naso versi quantomeno originali come «Lo sai che diceva Einstein del falso magro / che non è vero niente, la gravità ci sbaglia tutti / La luce va dove pesa, e la felicità è data / da me fratto ego a chiocciola più te al quadrato»?
È tutto un prendere le misure, con Adriano Modica, ed è un lavoro talmente piacevole che quasi non ti accorgi di giocare seguendo le sue regole. E quando pensi di esserci entrato, di averlo finalmente capito, arrivano una Cuore di Pietra quasi disneyiana sostenuta dagli arrangiamenti d’archi di Enrico Gabrielli, una Uomo di Carta che con quelle scalate di synth sembra mimare certi arrangiamenti di Peter Gabriel, o magari il funk cibernetico di La scimmia ride.
Aqua è un disco che ama i depistaggi e le sorprese, ma al tempo stesso mostra un’identità forte e riconoscibile. È forse l’episodio musicalmente più “adulto” di un artista di cui ammiriamo la creatività e la voglia di ridefinire ad ogni passaggio la propria comfort zone. Un modo di lavorare che è una sorta di atto di fede: lo stesso che viene richiesto implicitamente anche a chi ascolta, ogni volta ripagato da una musica semplicemente bellissima.
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