Recensioni

E così Sylvester Stallone ha ceduto. Se alle sue paure, alle sue insicurezze, ai suoi limiti creativi, poco conta: il punto è che con Rambo: Last Blood, qualcosa si è rotto e tutta la macchina è caduta sotto il suo stesso peso. Ci troviamo in effetti di fronte all’esito di un confronto, quello tra Stallone e il suo personaggio, molto più accidentato di quanto si pensi. L’attore vorrebbe far diventare John Rambo, fin dal primo film, un tassello della sua autorialità, fatta di rigore, controllo totale attorno al film e racconti esemplari, ma ciò che salta all’occhio è tuttavia la ritrosia con cui, negli anni, lo stallone italiano si è misurato con il personaggio, che evidentemente percepisce come un figlio meno amato rispetto al suo Rocky. Negli anni, Stallone si è lasciato vincere da un sentimento di inadeguatezza nei confronti del veterano del Vietnam, che è cresciuto ad ogni film della saga. Quasi volesse scappare da un approccio in campo aperto, l’attore si è servito di veri e propri filtri creativi posti come paletti: si è limitato a curare soltanto la produzione dei singoli film, ha affidato la regia a mestieranti di talento, pronti ad accogliere eventuali suggerimenti da parte sua, si è fatto aiutare da grandi firme per la sceneggiatura. Attraverso Rambo, Stallone ha contribuito a creare un monumento al film action, una costruzione splendida ma effimera, pronta a crollare alla prima folata di vento. Rambo: Last Blood è quella folata.
Il destino di questo quinto capitolo (!) dovrebbe essere evidente dalla sottile hybris che permea il progetto. Stallone vuole regalare al personaggio un epilogo tragico, nostalgico e squisitamente umano ma è chiaro che si sta imbarcando in un’impresa troppo più grande di lui. Come si fa, in fondo, a chiudere efficacemente il ciclo di un personaggio con cui non si è mai sviluppata la necessaria empatia creativa? È da questa impasse che si muove Last Blood, di fatto un crogiolo di ottimi spunti andati in mille pezzi a causa della sicumera e della paura di Stallone stesso. La scrittura punta a tornare alle origini, tratteggiando un Rambo dai fortissimi chiaroscuri: folle, psicotico, eccessivo, in preda alla depressione e vittima dei suoi demoni. Riemergono i tratti principali del protagonista del romanzo di David Morrell ma nessuno in produzione si rende conto di non possedere la giusta tranquillità per maneggiare un materiale così delicato. Conseguentemente, quest’interessante (ri)lettura di Rambo finisce per essere solo accennata per poi finire relegata in panchina, e la bella idea che vede il protagonista accettare la sua furia e la sua identità gettando i farmaci che lo sedavano fino a un momento prima diventa uno spunto come un altro, incolore e lasciato a marcire senza che possa germogliare in un serio sviluppo narrativo.
Il materiale di partenza scoppia in mano agli sceneggiatori (tra cui c’è lo stesso Sly) e ciò che è peggio è che Stallone si rende conto troppo tardi di non riuscire a gestire un concept del genere; va quindi nel panico, scrivendo intere scene in cui non sembra perdere la bussola, non battendo ciglio mentre compie scelte quantomeno discutibili per un soldato addestrato, diluendo il racconto in sequenze superflue (e involontariamente ridicole), tentando di approfondire la caratterizzazione del suo protagonista lasciandolo interagire con personaggi monodimensionali. Più si avanza, più diventa sempre evidente lo strappo tra ciò che il film vorrebbe essere e ciò che è, lo specchio della parte più stupida e ignorante di un partito repubblicano allo sbando (siamo di fronte, infatti, a una sciatta propaganda anti-Messico), convinto che la lotta al narcotraffico si possa cancellare con un colpo di spugna.
Vorrebbe che ci si concentrasse su massime attraverso cui Rambo legge il presente, sul suo coraggio, sulla violenza patinata specchio del suo dramma, sulla regia stilizzata di Adrian Grunberg, negando l’evidente approccio presuntuoso che trapela dall’organizzazione della materia, le incomprensibili ellissi che tagliano porzioni di racconto, il montaggio da dilettanti, l’imbarazzo di una regia che vorrebbe emulare modelli alti ma finisce per perdersi anche nei momenti più didascalici. Il gioco di specchi e diversivi con cui Stallone prova a salvarsi, a uscire pulito dal disastro agli occhi del pubblico e a portare a casa il suo obiettivo senza impazzire, ovviamente, non va come previsto e questa cesura profonda tra le due anime del film fa risaltare i suoi elementi più deboli, lasciando allo spettatore un profondo sentimento di straniamento. Senza contare poi l’ultima mezz’ora, un remake in piena regola di Mamma ho perso l’aereo, ma con tonnellate di violenza gratuita pronta a soddisfare un autocompiacimento perverso e ripugnante – da parte di autore e spettatore.
Rambo: Last Blood è un film che cade rovinosamente sotto i colpi dell’inadeguatezza dei suoi creatori, coadiuvati da uno Stallone mai così imbarazzante nei panni di un personaggio che ha fatto – nel bene e nel male – la storia del cinema. È un peccato, non solo per il fallimento di un film dal grande potenziale ma soprattutto perché attraverso Last Blood la saga torna ad abbracciare quell’intrattenimento violento tipico del cinema muscolare che aveva fatto la fortuna degli ultimi due episodi, perdendo quella profondità che aveva permesso ai primi due capitoli (e al bellissimo romanzo di Morrell) di essere efficaci affreschi di un’epoca e di una visione del mondo.
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