Recensioni

Il sodalizio tra Chemikal Underground e Adrian Crowley iniziato nel 2009 continua con il sesto disco del cantautore di origine maltesi ma cresciuto a Galway, una delle mille capitali del folk irlandese. Della voce si è già scritto tutto, basta leggere la recensione di Season of the Sparks firmata da Teresa Greco. Qui basti aggiungere che l’attacco dell’iniziale Alice Among The Pines fa pensare immediatamente a Charlie Fink dei Noah And The Whale, che vengono richiamati anche per altre particolarità stilistiche.
Il percorso intimistico e bucolico già marchio di fabbrica di un autore che si è oramai rassegnato a essere definito “serio” dalla stampa irlandese e britannica (“è impossibile toglierti di dosso un’etichetta quando te la mettono addosso all’inizio della carriera”), qui si fa più umbratile, come sottolineato anche dalla brughiera al confine tra il magico e il tragico ritratta in copertina. Le canzoni di Crowley sono fatte di poco o niente: qualche accordo di chitarra, qualche raro fiato (The Mock Wedding), pochi tocchi di tastiera (The Morning Bells) e su tutto un canto che non lascia indifferenti, specialmente se ascoltato in un pomeriggio invernale.
I quadri bucolici, ma soprattutto la personale descrizione di Dublino (From Champion Avenue to Misery Hill) fanno pensare a Dickens o, per meglio rimanere in territorio irlandese, al Joyce di The Dubliners. Allora i riferimenti si fanno chiari (irlandesità profonda e sofferta, povertà, campagna e pioggia, il folk) per un gemello di Neil Hannon che ha preferito la brughiera e la riflessione alla città e all’ironia. La materia che trattano, però, è la stessa: l’animo umano di fronte al precipizio della vita.
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