Recensioni

Sempre più sfuggenti e misteriosi, i due Acteurs continuano a circumnavigare i fondali dell’area grigia con dischetti sempre meno pubblicizzati, ma sempre più gustosi per chi traffica in quella terra di nessuno che sta tra l’elettronica meno ortodossa e la zona grigia made in England di fine ’70.
Wave-funk-techno-noise-electronics, dice la label, ma l’area di interesse dei due producers Jeremy Lemos e Brian Case – in realtà piccole glorie in ambiti wave/impro/arty/ecc, con White/Light il primo, e 90 Day Men e Disappears il secondo – è ben più ampia, seppur caratterizzata da una devastante monocromia. Come una sorta di Ike Yard del terzo millennio, una versione disidratata e unfriendly dei Factory Floor, o ancora – giocando col nome della label più cool del momento in ambiti elettronici – “blackest ever black”, i due radicalizzano la proposta e inglobano minimal-beat profondi e oscuri, post-punk ritmico e pulsante, scarti e scorie industriali sotto forma di glitcherie varie, astrattismo e pulviscolo sonoro. Ne esce un mini da nemmeno mezzora di una pesantezza inusitata, tra ipotesi per dancefloor del dopo-bomba (River Card), Throbbing Gristle synthetic-funk (I W I), ossessivi scandagli per oceani nero-pece (Honey Bear), frattali sonori figli dei rimasugli techno-dub (Ewe) e la lunga, esacerbante, opener Pride Of Classes, elettronica repressa simil-Bristol sound andato al macero, che si lega a doppia mandata alla Freezing Fog che chiudeva Acteurs.
C’è un percorso ben definito dietro questi due mini-album e l’attesa per il full-length comincia a farsi insostenibile.
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