Recensioni

7.4

Ci piacciono particolarmente i lavori elettronici che riescono a sintetizzare una serie di fermenti musicali. Better Strangers è uno di questi, ovvero il classico album per il quale spendere il consueto rosario di etichette (abstract trap, grime, post-idm, techno-wave sulla scia di Powell e Perc, garage ecc.) e riprendere un discorso sui lavori decostruiti e frulla generi che tanto hanno tenuto banco negli ultimi mesi: vedi i soliti Arca e Holly Herndon, ma soprattutto le ultime pubblicazioni della PAN di Bill Kouligas (Visionist, n.e.r.d.) legate a doppia mandata alle indagini Tri Angle, label che ha promulgato per prima – e diffuso compiutamente poi – sonorità che hanno caratterizzato per bene quest’ultimo lustro elettronico all’insegna della contaminazione/frantumazione.

Acre è un ragazzo di Manchester avvistato da Visionist e resident dj della clubnight Project 13 della sua città. Per la sua Lost Codes era uscito, nel 2013, Forgotten EP, mentre ora il Nostro, accasato sulla label di Pinch, sforna un debut sulla lunga distanza che se da una parte apre Tectonic a questo tipo di eterodossia sonica, dall’altra dà la possibilità al producer di affermare un verbo fieramente brit in piena linea con l’etichetta e aggiungendo un tocco autorevole in coerenza con un più che promettente passato (vedi anche i suoi contributi sulla sub-label di Ellis CO.LD).

Better Strangers non è affatto l’ennesimo disco di synth organica, ma un album d’oscura elettronica made in UK, un prisma di rifrazioni grime, techno e darkcore fatto di sonorità spesso affidate a sonorità a 8 e 16bit videoludici, come la tradizione Roll Deep comanda, rasoiate urbane post(lost)rave e, in generale, una electro fatta di synth e bassoni distorti a guidare danze perennemente al buio, solipsiste e anche piuttosto lontane dal club. Il disco presenta una tracklist che, più che il classico concept, mette assieme una serie di scatti di sinistra sospensione, con qualche sguardo al cielo, come piace al miglior Zomby, producer che tra i primi ha lavorato su quest’estetica da funerale del rave osservata dagli schermi del laptop.

Lo sguardo di Acre s’inserisce in questo solco con autorevolezza e originalità, moltiplicando i punti d’osservazione: in una traccia come Dont’ Talk vanno in scena i primi Swans in chiave electro, in Automatic Fire degli Underworld dark-psych, e così via. Il classico disco di culto da non lasciarsi scappare.

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