Recensioni

Quando quattro anni fa ho scoperto con sorpresa che stavano passando per Torino gli Acid Mothers Temple & The Melting Paraiso U.F.O. (questo l’attuale nome per esteso) ho subito pensato che fosse doveroso, da amante della sperimentazione musicale nonché per rispetto nei confronti dei pilastri della psichedelia nipponica contemporanea, vederli almeno una volta dal vivo. E bene ho fatto. In quell’occasione suonarono al Magazzino sul Po portando sul palco, e anche al di fuori, un’energia a dir poco esplosiva.
Memore di quel ricordo, non ho esitato a seguirli nuovamente una volta saputo del loro imminente ritorno nel capoluogo sabaudo. Anche se, devo ammetterlo, la scelta della location questa volta mi ha lasciato un po’ perplesso. Lo spazio più intimo e ristretto di Combo mi ha fatto per un momento dubitare di poter rivivere ancora quel caos estatico di allora, ciononostante sono andato lo stesso.

Sorto nel 2020 dal recupero di un ex caserma dei vigili del fuoco, nello storico quartiere di Porta Palazzo, Combo si presenta come un ostello/hub creativo che incarna in qualche modo uno dei simboli della gentrificazione torinese: un luogo aperto anche a concerti ed eventi “più di nicchia” che a volte stridono con l’atmosfera radical chic che vi si può respirare all’interno. Ma torniamo alla serata.

Fino a pochi minuti dall’inizio dell’esibizione di domenica 17 maggio, Higashi Hiroshi e Jyonson Tsu (ovvero il tastierista storico della band e il cantante-chitarrista in pianta stabile da quasi dieci anni) parlavano amabilmente con qualche fan dietro al banchetto del proprio merch cercando invano di ridimensionare le rispettive aure: un’operazione ardua andata a farsi benedire del tutto una volta entrati in scena.
Un po’ come succede con i Power Rangers quando si uniscono insieme per formare il Megazord, l’incontro fra i cinque componenti degli Acid Mothers Temple genera sempre una creatura unica e vigorosa che sembra provenire dallo spazio infinito per infondere buone energie attraverso il potere della musica. E che musica!
Ed è questo che inesorabilmente è avvenuto pure da Combo, anche se forse in una chiave leggermente inferiore. Seppur le buonissime intenzioni e tutto il resto, le piccole dimensioni del palco – nonché della sala principale – hanno effettivamente penalizzato un pelo l’esecuzione complessiva che a volte sembrava troppo vincolata a uno spazio abbastanza limitato.
Ma ciononostante, i nostri eroi sono comunque stati all’altezza della situazione riuscendo anche a destreggiarsi egregiamente tra virtuosismi e movimenti consulti. E così, per circa 90 minuti consecutivi fatti di space rock e ballate psiconoise, Kawabata Makoto (chitarrista fondatore) e soci hanno eseguito una manciata di brani pescati dal loro sterminato repertorio che, a oggi, conta più di un centinaio di pubblicazioni tra album in studio, EP, live, e materiale vario.

Si è trattato di un coinvolgimento totale che, malgrado i volumi ballerini e non troppo alti, ha trascinato comunque il pubblico in danze fuori controllo. Il tutto guidato dal basso di Shozo Sawano e dalla batteria dell’incredibile Satoshima Nani che non ha perso neanche un colpo, a differenza della chitarra di Tsu incappata in qualche défaillance qui e lì. Ma gli Acid Mothers Temple sono gli Acid Mothers Temple e possiamo perdonargli questo e altro, considerando soprattutto che erano reduci da 30 date del tour europeo che ha previsto un solo day off in tutta la tabella di marcia. Fra i momenti più memorabili sono da menzionare l’esecuzione di una sorprendente cover di The Wizard dei Black Sabbath, e la lunga e dolcissima Pink Lady Lemonade, contenuta nell’omonimo disco del 2011. A chiudere il tutto una jammata ad alto livello di psichedelia culminata con passaggi della chitarra di Makoto tra la folla insieme a lanci e feedback al limite del noise.

Indipendentemente dalle strutture ospitanti, gli ATM rimangono una delle esperienze più iconiche del genere che, in tempi così repressivi, diventa anche l’emblema di una forma di libertà artistica così alta da essere praticamente rara. Un qualcosa da fruire una volta, e ancora una, e ancora una… Grazie ancora ragazzi, ci si vede alla prossima avventura intergalattica.
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