Recensioni

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Yoshida Tatsuya, Tsuyama Atsushi e Kawabata Makoto: ovvero un power trio che sulla carta promette faville. Giunti al loro secondo album assieme, giocano ancora una volta l’asso della stramberia psichedelica e, di certo, un guitto freak-noise quale Tatsuya – anche nei famelici Ruins – ben aiuta il motore di Stones, Women And Records a carburare sotto quei ritmi felicemente “psyched out” che contraddistinguono il più famigerato e creativo japanoizu. Ne deriva così un album sfaccettato, dal quale emerge la pista lisergica seguita dal terzetto, condita nondimeno da un armamentario di trovate armoniche progressive. Compito non dichiarato è illuminare i Sixties drogati attraverso il classicismo canterburiano, il prog italiano e francese. Area, Magma, i tanti culti dell’etichetta Vertigo e i soliti eroi di sempre Hawkwind e Hendrix rappresentano le coordinate storiche entro cui ci si muove.

Solo che poi, lì dentro, si fa stramazzare il sound con quadretti di rumore astratto e free (Very Very Very Jazz), numeri di math rock cosmico (Little Stone Little Woman Little Record) o, ancora, in una folle e personale iper-psichedelia fuori d’ogni regola (Fairy Music Of Foolish Sushi Bar). Composto da tracce le une (in)conseguenti alle altre, il disco descrive la propria bizzarria tramite brevi cartoline sfasate – un genere viene preso e suonato con le tecniche di un altro – della durata media d’un paio di minuti. Ci trovi episodi voce e mellotron e svaghi ondivaghi e percussivi, astratti mormorii vocali su ritmi pseudo funky e ogni ben di dio d’effetto chitarristico d’epoca, mellotron e flautini orientaleggianti a profusione. Nella valigia di questi attori kabuki – ma scaraventati nello spazio interstellare con sottobraccio una copia di Arbeit Macht Frei ed una di Do Re Mi Fa Sol La Ti Do – non manca ovviamente il manuale del perfetto patafisico quale l’Ubu Roi di Jarry. Superato qui a sinistra causa eccesso di “fantasticheria”.

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